~ Jojo Rabbit ~

un film di Taika Waititi.

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Un bambino insicuro, con pochi se non un amico, con una madre amorevole e determinata, molto anticonformista, con un padre lontano… un bambino che cerca di farsi forza facendo parte di un gruppo di ragazzi con strani rituali e buffe divise e per lo stesso amico si crea un amico immaginario… solo che non sono i boy scout, ma la Deutschen Jungvolk e l’amico immaginario è niente meno che Adolf Hitler…

Il regista neozelandese Taika Waititi, qui anche sceneggiatore e un Hitler isterico e infantile come non si vedeva dai tempi di Chaplin, non perde la sua vena di ironia dissacrante, solo che qui il materiale non è la “ritualità” del Marvel Cinematic Universe, ma qualcosa di ben più delicato, come la Germania alla fine della guerra, il nazismo, l’Olocausto… eppure la scommessa è vinta, partendo da un approccio molto semplice come spiegare il fanatismo ridicolizzandolo e al tempo stesso mostrando i suoi meccanismi di esaltazione fanatica da un lato (e mostrare nei titoli di testa le immagini delle folle adoranti e isteriche ai raduni nazisti tratte dal Trionfo della Volontà della Riefensthal ma accompagnate dalla musica dei Beatles come fosse un documentario sulle fan dei Fab Four degli anni 60 è un tocco geniale… come lo è usare Immigrant Song dei Led Zeppelin per un film su Thor, scontato ma non ci aveva pensato nessuno…) e dall’altro i suoi ridicoli e pomposi rituali (i 31 saluti di Heil Hitler in un minuto che a un certo punto i protagonisti si scambiano avrebbero potuto concludersi con un Mel Brooks travestito da Dittatore che chiosava con un Heil me!)

Una storia di formazione di un bambino “coniglio”, come lo canzonano gli altri, ma che nella sua umiltà di essere indifeso e che pure sopravvive in un mondo pieno di pericoli trova la forza di crescere, di reagire, di scoprire da solo che i pregiudizi che gli vengono inculcati sono appunto tali, trovando nell’amore la forza per sconfiggere l’odio e mandare letteralmente a fan… Hitler e ciò che rappresenta, diventare adulto e affrancarsi perché come canta Bowie nella magnifica canzone che chiude il film (qui nella versione tedesca incisa al tempo della trilogia berlinese) possiamo essere eroi… solo per un giorno…

Un film forse non riuscito al 100%, con una seconda parte un po’ più convenzionale del dovuto, ma che pur con i suoi spunti buffoneschi (ed esilaranti del resto “non è un buon momento per essere nazisti” avrebbe potuto dirlo anche John Belushi dei nazisti dell’Illinois…) riesce a partire dal piccolo per arrivare al grande, ridicolizza nel piccolo ciò che veniva enfatizzato nel grande, parte dalla formazione di un ragazzino insicuro e inconsapevole per spiegare come siano infantili, ridicoli e folli gli “adulti” (loro sì i veri bambini che non sono mai cresciuti) che si esaltano correndo dietro al mito di un uomo forte e alle ideologie di odio e assurde ritualità (siamo sicuri che si parli solo della Germania del 1945?)… quanta forza invece, quanta delicatezza in quel gesto di autentico prendersi cura, nel significato più puro e altruistico di amore che è l’allacciare le scarpe all’altro che i protagonisti si scambiano l’uno con l’altro in momenti diversi, la madre verso il figlio, il figlio verso la madre nel momento più terribile, il bambino verso la ragazzina ebrea…in questo, come nella sopravvivenza ostinata e irriducibile delle vittime, sta il significato di quel “Non vinceranno mai” che viene pronunciato dalla Johansson

Menzione d’onore per tutti gli attori, dal bambino protagonista, alla madre forte dolce e anticonformista della Johansson (una non protagonista che si gioca delle ottime chance per l’Oscar), all’ufficiale tedesco di Sam Rockwell, che arricchisce la sua galleria di interpretazioni di personaggi che si rivelano ben altro degli stereotipi che rappresentano con un’altra chicca dopo il capolavoro Tre manifesti… e naturalmente Waititi, come l’istrionico, buffonesco, infantile, folle Hitler del film (e non è difficile paragonare la sua mimica da marionetta isterica al vero Hitler che non a caso non appare mai nel film, per scoprire la ridicolaggine estrema, la pochezza di piccolo uomo folle del caporale imbrattatele austriaco…)

E bello concludere il film con una citazione di Rilke, schiaffata in faccia a chi i libri li vuole bruciare, e che racchiude quella che è l’esperienza del vivere, nel quotidiano come nella Storia, nell’alto e nel basso, nel bello e nel brutto e come è nel suo piccolo in questo piccolo, ma giustamente entrato nel novero dei candidati all’Oscar come Miglior Film.


Lascia che tutto ti accada, bellezza e terrore: si deve sempre andare, nessun sentire è mai troppo lontano… (citazione di Rilke che chiude il film)


Titolo originale: Jojo Rabbit (Jojo Rabbit, 2019)

Paese di produzione: Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Usa

Principali interpreti: Roman Griffin Davis (Johannes “Jojo Rabbit” Betzler), Thomasin McKenzie (Elsa Korr), Taika Waititi (Adolf Hitler), Scarlett Johansson (Rosie Betzler), Alfie Allen (Finkel), Sam Rockwell (Capitano Klenzendorf)

Elsa Korr

Non sei un nazista, Jojo! Sei un bambino di dieci anni, a cui piace indossare una buffa uniforme e che vuole fare parte di un gruppo

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