The Post

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4 Stelle

~ The Post ~

un film di Steven Spielberg.


Nel giugno del 1971, The New York Times, The Washington Post e gli altri principali quotidiani degli Stati Uniti prendono una coraggiosa posizione in favore della libertà di stampa, informando l’America e il mondo intero sui documenti riservati del Pentagono e rivelando segreti governativi inerenti a quattro decenni di storia e presidenze americane che dettagliano l’implicazione militare e politica Usa nella guerra del Vietnam. Katherine Graham, la prima editrice del The Washington Post, e Ben Bradlee, l’eccentrico direttore della testata, provano a ridare linfa a un quotidiano oramai in declino. Insieme, formano un’improbabile squadra chiamata a sostenere coraggiosamente la pubblicazione dei documenti top secret e a combattere contro il tentativo senza precedenti dell’amministrazione Nixon di limitare il Primo Emendamento della Costituzione statunitense.


La regia di Spielberg, quale inno alla libertà di stampa, si fa strumento di giustizia in una lezione propedeutica all’uso della democrazia. Sul filo tra l’opera di denuncia e il film di propaganda intriso di moralismo, l’ultima fatica del regista di Cincinnati risulta nel complesso una prova attoriale corale e di grande spessore che merita la visione.

Sul linguaggio giornalistico, il cinema ha offerto da sempre pellicole di alto spessore, dal recente scandalo Premio Pulitzer del quotidiano The Boston Globe sui numerosi casi di pedofilia nelle parrocchie americane, rivisitato in Spotlight (Il caso Spotlight, Tom McCarthy – 2015), (Oscar nel 2016 come miglior film e migliore sceneggiatura originale a Josh Singer, che ha firmato anche quella di The Post), alle grandi storie di giornalismo del passato come Citizen Kane (Quarto Potere, Orson Welles – 1941) sul magnate della stampa americana Charles Foster Kane, All the President’s Men (Tutti gli uomini del presidente, Alan J.Pakula – 1976) sul Watergate, Network (Quinto Potere, Sidney Lumet – 1976) sulla feroce parodia del mondo della televisione, Sbatti il mostro in prima pagina (Marco Bellocchio – 1972) su di un fatto di cronaca nera e The Killing Fields (Urla del silenzio, Roland Joffé – 1984) e Salvador (Oliver Stone – 1986) ispirati alla guerra civile cambogiana e dello stato dell’America Centrale.

La proposta contemporanea di Spielberg sull’annosa questione delle verità nascoste da un governo per il sacrificio della sua salute, al fronte con i suoi eccelsi predecessori, più che inquietare lo spettatore (oggi più che mai bombardato dalla conoscenza dei media), in tutta la sua contingente verità, risulta piuttosto essere un tema quasi stucchevole. A questo proposito la distanza storica che subdolamente il film pone, possiede una tale carica emotiva da essere compresa e gustata appieno solo da un pubblico ristretto. Viene naturale, per questo, leggere il film nell’ottica della riflessione sul tempo, e sulla sua macerazione destinata a trasformarsi in distillati di nostalgia di una lentezza che conduceva forse a una maggiore riflessione (o forse no), che i tempi odierni hanno dimenticato.

Ma Steven Spielberg non si smentisce, e trasuda affascinazione per il mistero e l’ignoto che è pari solo a quella di un bambino. Il racconto dei fatti noti come Pentagon Papers, permette al regista di proseguire nel suo percorso filmico sui fondamenti costituzionali degli Stati Uniti d’America e allo stesso tempo di riallacciare la propria poetica cinematografica alla messa in crisi del sistema (di potere e di immagine) promossa negli anni Settanta dalla New Hollywood.

“La stampa è guardiana della democrazia, questo mi hanno insegnato. Ora la libertà di stampa è nuovamente minacciata. Da parte della stampa USA abbiamo avuto sostegno e supporto anche perché deve combattere quotidianamente contro le accuse di fare disinformazione e si sente spesso etichettata come fabbrica di fake news, se pubblica notizie che non piacciono a Trump. I giornalisti sono eroi, sono i nuovi Indiana Jones” (Steven Spielberg)

In un’epoca in cui si battaglia a colpi di fake news, non è solo il governo a essere messo sotto accusa, ma l’intera concezione di democrazia. Per questo The Post assume contorni ben più vasti del singolo scontro in campo aperto tra Casa Bianca e libertà di stampa. Dunque, non solo un film storico/politico che porta alla luce un episodio su cui riflettere, ma un profondo racconto sull’emancipazione di una donna (Katharine “Kay” Graham, proprietaria del The Washington Post), emblema di una femminilità alla ricerca di riscatto che, attraverso le sue scelte etiche, è disposta a fare la cosa giusta e a qualsiasi prezzo, mettendo a repentaglio la sua professione e ridefinendo la propria identità a discapito di un’ingombrante visione che era come un pregiudizio riguardo la sua personalità.

“Non sono un sociologo o un esperto che possa parlare con competenza di un tema tanto arcaico quanto quello della battaglie dei sessi, ma quello che posso dire è che le donne in tutta la storia hanno cercato e talvolta sono riuscite a trovare il loro posto.” […] “Il problema è principalmente un problema maschile, di uomini che non sono in grado di comportarsi correttamente e finché i maschi non sapranno accettare il “no” come una risposta questa guerra dei sessi continuerà.” (Steven Spielberg)

Focalizzando l’attenzione sulla tecnica di ripresa, la scena in cui il verdetto della Corte Suprema è annunciato in redazione da una nota di stampa – prima che la giornalista al telefono potesse rivelarlo alla redazione – è una abilità del linguaggio cinematografico che solo un grande regista poteva concepire. Altro colpo di genio del regista è usare la vera voce di Nixon, registrata tra le mura della Casa Bianca, mentre parlava dei suoi crimini.

Ma Spielberg non è Costa-Gravas e il film non graffia con una denuncia sociale sul tema ignorato del complesso industriale militare americano, accennato solo nell’incipit del Vietnam, e sul potere finanziario, con la quotazione in borsa del quotidiano che potrebbe influire anche sulle scelte di ciò che può o non può essere pubblicato.

Se il finale è un rimando al drammatico Deadline U.S.A. (L’Ultima minaccia, 1952) di Richard Brooks, dove la citazione di Ed Hutcheson (Humphrey Bogart) “È la stampa bellezza, la stampa… e tu non ci puoi far niente, niente!” sembra echeggiare per gran parte del film sul volto di Ben Bradlee (Tom Hanks), il perno centrale dell’intero discorso affrontato in The Post è il Primo Emendamento della Costituzione statunitense che afferma: “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.


La grandezza di una nazione si nota anche e soprattutto dalla sua libertà di stampa…


Titolo originale: The Post (The Post, 2017)

Paese di produzione: Usa

Principali interpreti: Meryl Streep (Kay Graham), Tom Hanks (Ben Bradlee), Bob Odenkirk (Ben Bagdikian), Carrie Coon (Meg Greenfield), Sarah Paulson (Tony Bradlee), Tracy Letts (Fritz Beebe), Bruce Greenwood (Robert McNamara), Matthew Rhys (Daniel Ellsberg)


Katharine “Kay” Graham: “Sai cosa diceva mio marito sulle notizie? Le definiva il primo abbozzo della storia. Buono, non è vero? Oh, beh, non ci azzecchiamo sempre, sai? Non siamo sempre perfetti, ma immagino che ci puntiamo sempre, eh? Il dovere è questo, no?” […] “Noi… abbiamo una responsabilità verso la società, verso… verso tutti i dipendenti e la sopravvivenza del giornale” […] “Comunque il prospetto parla anche della missione del quotidiano, cioè raccolta e segnalazione di notizie sensazionali, no? E dice anche che il quotidiano sarà dedicato al benessere della Nazione e ai principi di una stampa libera”

Giudice della Corte Suprema: “I padri fondatori diedero alla stampa libera la protezione che deve avere per soddisfare il suo ruolo fondamentale nella nostra democrazia. La stampa era al servizio dei governati, non dei governanti.”

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