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Lion – La strada verso casa

Lion

~ Lion – La strada verso casa ~

un film di Garth Davis.


Saroo è uno dei tanti bambini poveri che vive ai margini della società indiana. Ha cinque anni, e suo fratello Guddu si prende cura di lui insieme alla madre. Un giorno rimane rinchiuso in un treno che lo trasporta verso Calcutta, a migliaia di chilometri dal suo villaggio natale. Sperso e incompreso per le strade della megalopoli (Saroo parla l’hindi, mentre gli altri bengalese), dopo una serie di peripezie finisce in un “orfanotrofio” e viene adottato da una coppia australiana. Venticinque anni dopo, con l’aiuto di Google Earth e dei suoi ricordi d’infanzia, si mette alla ricerca della sua famiglia d’origine.


Il primo lungometraggio del regista australiano, è l’adattamento del romanzo biografico A long way home di Saroo Brierley.

Davis decide di suddividere il film in due parti ben distinte che coincidono con le due diverse realtà vissute dal giovane protagonista. L’esordiente regista, per marcare questo passaggio, ha adottato una scelta rischiosa ma funzionale alla narrazione della storia. L’uso originale, per una produzione in parte americana, della lingua hindi e bangali per tutte le scene girate in India (sottotitolando i dialoghi) prima di passare all’inglese (italiano) al momento dell’adozione di Saroo, l’altra faccia della favola australiana, dove subentrano nuove tematiche legate alla nuova famiglia, al destino della madre e alla figura di Mantosh, il “fratello diverso”.

Come si vive quando si è consapevoli di essere stati adottati in una realtà che offre tutto quello che prima era solo un sogno? Cosa si affronta interiormente quando si è consapevoli che esiste un’altra famiglia dall’altra parte del mondo che piange per la tua mancanza? Come si sviluppa il rapporto con un fratello con cui sai che ad unirti non è una questione di sangue ma di convivenza in uno stesso spazio? Ma soprattutto che significa famiglia?

Queste le domande che assillano Saroo fino al momento in cui diviene cosciente di essere un uomo incompleto, che non riesce a vivere e a costruirsi un futuro, perché sospeso come in un limbo, in uno stato di irrequietezza e malinconia perenne, alla continua scoperta delle sue radici profonde.

Saroo Brierley: “Mi dispiace che tu non abbia figli tuoi”

Sue Brierley: “Cosa stai dicendo?”

Saroo Brierley: “Insomma, noi non eravamo pagine vuote no? Loro lo sarebbero stati. Non hai adottato solo noi, ma anche il nostro passato e mi sembra che ti stiamo uccidendo”

Sue Brierley: “Io avrei potuti averli” […] “Abbiamo scelto di non fare figli. Noi abbiamo voluto voi due. Era quello che volevamo. Volevamo avere voi due nelle nostre vite, è questo che abbiamo scelto. Anche per questo mi sono innamorata di tuo padre. Pensavamo entrambi che nel mondo c’erano già abbastanza persone. Con un figlio nostro forse non avremmo contribuito a niente ma adottare un bambino che soffriva, come soffrivate voi, per il mondo sarebbe stata… una cosa importante” […] “non è un problema di difficoltà, non è un… era proprio questo il mio destino”

La prima parte è splendida. È questo forse il momento più autentico del film, che pur essendo una grossa produzione con attori ultrapremiati e ultraconosciuti riesce, grazie soprattutto alla recitazione del piccolissimo Sunny Pawar (Saroo da bambino), a mostrarci l’immagine di un’India distrutta dalla disparità sociale, che non riesce ad assimilare le troppe persone che la popolano.

La stessa India, meravigliosa nella sua miseria, descritta nei classici romanzi della letteratura moderna La Cité de la joie dello scrittore francese Dominique Lapierre (La città della gioia, del 1985 adattato sul grande schermo nel 1992 da Roland Joffé in City of Joy) e dall’autobiografico Shantaram pubblicato nel 2003 dallo scrittore australiano Gregory David Roberts o dal pluripremiato The millionaire di Danny Boyle, tratto dal romanzo Slumdog Millionaire (Le dodici domande, del 2005) di Vikas Swarup.

La realtà nuda e cruda vista con gli occhi di un bambino riesce sempre a meravigliare. Meno convincente è invece la seconda parte con la visione adulta della vita di Saroo che porta personalmente ad attribuire al film una classificazione che, se non fosse per l’esistenza della Trilogia di Apu del regista neorealista Satyajit Ray, avrebbe ottenuto un riconoscimento più ampio dal sottoscritto. Ma, in fondo, la poesia espressa nel trittico del regista indiano è da considerarsi di infinita e irraggiungibile bellezza per il cinema.

La scena iniziale in cui il piccolo Saroo attende l’arrivo del fratello Guddu immerso tra le farfalle gialle è veramente poetica, così come sono profondi tutti i ricordi che accompagnano la fase della sua crescita. Le immagini dei protagonisti reali della storia, inserite nel finale, dimostrano il paziente e riuscito lavoro conseguito.


Titolo originale: Lion (Lion- La strada verso casa, 2016)

Paese di produzione: Australia, Regno Unito, USA

Interpreti: Dev Patel (Saroo Brierley), Nicole Kidman (Sue Brierley), Rooney Mara (Lucy), David Wenham (John Brierley), Sunny Pawar (Saroo bambino), Abhishek Bharate (Guddu Khan), Arka Das (Sami), Emilie Cocquerel (Annika), Pallavi Sharda (Prama), Sachin Joab (Bharat)


Didascalia finale: “Saroo Brierley è tornato a Ganesh Talai il 12 febbraio 2012, dopo oltre 25 anni dal giorno in cui si era perso. La stessa notte in cui, tanti anni prima, lui era salito su quel vagone deserto, suo fratello Guddu moriva, investito da un treno poco lontano dal binario. La madre di Saroo, Kamla, non aveva mai smesso di sperare nel ritorno di Saroo, e non aveva mai lasciato il villaggio. Kamla ha detto di essere stata “sorpresa come da un tuono” dal ritorno di suo figlio, e ha definito la sua felicità “profonda come il mare”. Saroo ha scoperto che da bambino aveva sempre pronunciato male il proprio nome. Il suo vero nome è “Sheru”, che significa … LEONE”