~ Mank ~

un film di David Fincher.

Il regista di Fight Club David Fincher recupera una vecchia sceneggiatura firmata dal padre Jack e la adatta a suo modo costruendo un’opera di assoluto valore, un film profondamente stratificato, complesso, certo non per il vasto pubblico ma ricco di storie, memorie, personaggi e che incrocia la realtà con la finzione, la leggenda con la verità e il mito con la Storia. Mank risulta essere una lettera d’amore al miglior film di sempre e non può per questo che rafforzarne il mito e accrescerne l’importanza soprattutto per quanto riguarda i temi e la scrittura. A Fincher non interessa prendere una posizione netta sul dibattito culturale intorno alla paternità del copione di Citizen Kane, questo mistero che ha coinvolto Pauline Kael con il saggio Raising Kane e Peter Bogdanovich con Il cinema secondo Orson Welles. Al regista di Seven importa piuttosto comprendere il portato contemporaneo di questa storia universale. Un elogio dunque ai grandi autori e sceneggiatori della golden age ma anche una critica feroce e attuale a un’industria che spesso mette in primo piano gli interessi economici, politici e personali e non l’arte stessa. Come allora, anche oggi il cinema è chiamato al cambiamento, alla sovversione, al rinnovamento. Per attuarlo servono i grandi artisti, proprio come Herman J. Mankiewicz. Il nostro protagonista, superato dalla fama e dal palmares dal fratello minore Joseph e schiacciato dal talento e dall’ego smisurato di un giovanissimo Welles, é rappresentato da un maestoso Gary Oldman. Mank, con la gamba in gesso per via di un incidente stradale, a differenza di James Stewart non si spinge ad osservare il mondo fuori dalla sua finestra che affaccia sul cortile. Si limita solo a concludere la scrittura della sua scenografia costretto a farlo in tempi ristretti su di un letto al fianco della sua segretaria Rita e con una salute fatalmente minata dalla propria inclinazione ai vizi (l’alcolismo e le belle donne) cosciente della propria eccezionalità e ancora di più dei suoi limiti.

Herman J. Mankiewicz

«mi sento sempre di più un topo in una trappola costruita da me e che riparo ogni volta che si forma un’apertura che mi permetterebbe di scappare»


Il film raggiunge il suo obiettivo egregiamente, sia sul piano visivo che narrativo; un film di nicchia per cinefili che riesce ad omaggiare brillantemente il cinema classico della Hollywood d’oro che era e non ci sarà più donandoci una riproposizione stilistica con un bianconero perfetto che riprende gli stilemi e le avanguardie dell’epoca con una ricercatezza tecnica che dimostra l’amore sconfinato per un cinema che da tempo non c’è più. 


Una visione personale, un film biografico romanzato sul senso più profondo e sulla densità dell’immaginario della vecchia e classica Hollywood, rivalutata attraverso gli occhi del graffiante critico e sceneggiatore alcolista Herman J. Mankiewicz, mentre si affanna a finire il copione di Quarto Potere per Orson Welles, il giovane visionario che respirava il cinema del futuro...


Titolo originale: Mank (Mank, 2020)

Paese di produzione: Usa

Principali interpreti: Gary Oldman (Herman J. Mankiewicz), Amanda Seyfried (Marion Davies), Lily Collins (Rita Alexander), Arliss Howard (Louis B. Mayer), Tom Burke (Orson Welles), Tom Pelphrey (Joseph L. Mankiewicz)


Orson Welles

“Pronto a dare la caccia alla grande balena bianca?”

Herman J. Mankiewicz

“Si, chiamatemi Achab!”

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