~ American Moon ~

un film di Massimo Mazzucco.

Il documentario American Moon di Massimo Mazzucco (acquistabile in formato dvd o come supporto file dal sito www.luogocomune.net) é una grande opera di informazione, un prestigioso, interessante e dettagliato lavoro di ricerca, di cui consiglio caldamente una visione attenta per approfondire e per avere un quadro completo della questione allunaggio.

Esamina la veridicità dello sbarco sulla Luna, ma descrive anche con precisione giornalistica il contesto storico e lo scenario politico in cui nacque e si sviluppò il programma spaziale nel corso della Guerra Fredda. Sono analizzate sia le argomentazioni a favore degli allunaggi sia quelle contrarie, e vengono fornite anche prove inedite.

Prendendo ispirazione da un documentario prodotto e diretto da John Moffet trasmesso dalla Fox nel febbraio del 2001 intitolato Conspiracy Theory: Did We Land on the Moon? (Teoria del complotto: siamo sbarcati sulla Luna?) Mazzucco fa emergere un quadro a mio avviso piuttosto chiaro, che confuta sulla base dei principi della scienza e della professionalità tecnica alcune delle più famose argomentazioni proposte dai cosiddetti “the debunkers”, ovvero coloro che sostengono la versione ufficiale della Nasa e che si sono autoincaricati di smontare le teorie alternative e complottiste. L’intero film va visto e valutato nel suo insieme per poter comprendere lo scopo del regista. Mazzucco non afferma mai con certezza che sulla Luna l’uomo non ci sia mai stato, ma pone quarantadue domande legittime alla quali è necessario dare una risposta valida, se si vuol continuare a sostenere prova contraria.

In seguito al cinquantesimo anniversario dell’allunaggio, che ha comportato giustamente tutta una serie di iniziative a ricordo dello storico evento e una pubblicazione massiva di articoli, giornali e libri a favore della missione Apollo 11, ho sentito il bisogno di presentare il documento di Mazzucco perché ritengo sia attualmente il più completo ed esaustivo approfondimento cinematografico sul tema. Il 21 Luglio 1969 è una data che ha influenzato enormemente il corso della nostra storia, ma che è stata affrontata nel tempo dall’opinione pubblica e dai mezzi di formazione quasi esclusivamente in una sola direzione di pensiero, senza mai analizzare a fondo i particolari che hanno documentato l’evento stesso; le immagini, le registrazioni e i video originali delle missioni Apollo che hanno, di fatto, testimoniato e esaudito al mondo intero il sogno di camminare sulla Luna.
Per il lettore più curioso, amante dell’argomento o più semplicemente interessato ad approfondire il tema, riassumo di seguito i punti salienti affrontati dal film:


Il contesto storico

La competizione americana nella cosiddetta “corsa alla Luna” ebbe inizio il 25 maggio 1961 quando il presidente John F. Kennedy alzò la posta in gioco della contrapposizione politica, ideologica e militare con l’Unione Sovietica lanciando ufficialmente la sfida per la leadership dello spazio con la richiesta di fondi per le nuove attività spaziali al Parlamento Americano e ponendo la conquista della Luna come un vero e concreto obiettivo nazionale con lo scopo di dimostrare, una volta per tutte, l’inequivocabile supremazia garantita dalla visione di un mondo democratico.

John F. Kennedy

“È venuto il momento di accelerare. È ora di una nuova, grande impresa americana. È venuto il momento che questa nazione assuma chiaramente un ruolo guida nella conquista dello spazio” […] “Io credo che questa nazione debba impegnarsi ad ottenere il risultato, prima della fine di questo decennio, di mandare un uomo sulla Luna e di riportarlo sano e salvo sulla Terra”

In una registrazione del 18 settembre 1963 possiamo comprendere (anche se solo di recente) i dubbi che lo stesso presidente ebbe in un colloquio con il direttore del programma spaziale James E. Webb alla Casa Bianca.

John F. Kennedy

“Se verrò rieletto, non faremo in tempo ad andare sulla Luna in questo periodo, vero?”

James E. Webb

“No, non ce la faremo. Probabilmente ci voleremo intorno, però”

Di fronte ai suoi limiti, il 20 settembre 1963, in un discorso alle Nazioni Unite, il presidente americano cercò di coinvolgere l’Unione Sovietica in una spedizione lunare congiunta.
Dall’altra parte della “cortina di ferro”, i sovietici, furono in effetti i veri protagonisti della corsa allo spazio tagliando di anno in anno fondamentali traguardi:

  • lo Sputnik 1 fu il primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla Terra il 4 ottobre 1957);
  • il primo essere vivente in orbita (la cagnolina Kudrjavka erroneamente denominata Laika che era il nome convenzionale russo della sua razza) con la sonda Sputnik 2 il 3 novembre 1957;
  • il primo oggetto costruito dall’uomo a toccare un altro corpo celeste, la sonda Luna 2 che atterrò sul nostro satellite il 13 settembre 1959;
  • la prima foto del lato nascosto della Luna il 7 ottobre 1959 con la successiva missione Luna 3;
  • il primo uomo in orbita Jurij Gagarin il 12 aprile 1961 con la missione Vostok 1;
  • la prima donna in orbita Valentina Tereškova il 16 giugno 1963 con la missione Vostok 6;
  • la prima attività extra-veicolare con la passeggiata nello spazio ad opera del cosmonauta Aleksej A. Leonov il 18 marzo 1965 con la missione Voschod 2;
  • la prima sonda spaziale atterrata (di fatto schiantata al suolo) su un altro pianeta (Venere) il 1 marzo 1966;
  • la prima sonda spaziale (Luna 10) in orbita sulla Luna il 3 aprile 1966;
  • il primo attracco e scambio orbitale di due equipaggi umani tra la Sojuz 4 e la Sojuz 5 il 16 gennaio 1969.

Prima della morte improvvisa avvenuta il 14 gennaio 1966 (durante un banale intervento chirurgico) di Sergej P. Korolëv, l’ingegnere padre e responsabile del movimento spaziale sovietico – che sancirà la fine del programma spaziale/lunare russo – il 26 ottobre 1963, davanti alla stampa mondiale il presidente del Cremlino Nikita Krusciov affermò di non avere in programma nessuna missione lunare, suscitando perplessità sulla possibilità americana di raggiungere nel breve termine il risultato prefisso senza un’adeguata preparazione e confermando di fatto che una vera competizione con l’America sulla conquista della Luna non c’è mai stata.
A questo punto a Kennedy non restò che seguire il suo istinto. In uno dei suoi ultimi discorsi, il 21 novembre 1963 dichiarò: 

John F. Kennedy

“Questa nazione ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo dello spazio. Ora non abbiamo altra scelta che seguirlo”

Il giorno seguente venne assassinato nella Daily Plaza di Dallas. Dopo il suo assassinio, le due amministrazioni che si succedettero di Lindon B. Johnson e Richard Nixon, ebbero a che fare con la dispendiosa e sanguinosa guerra in Vietnam, nonché con la repressione di continue rivolte civili a sfondo razziale (la stessa questione lunare si intrecciò alle proteste dei cittadini afroamericani, che si sentirono messi da parte) e con i costi fuori controllo dello stesso progetto Apollo, ritrovandosi entrambi i presidenti nel sostenere il programma lunare senza nemmeno che la metà della popolazione pensava valesse un tale sforzo.

A seguito delle cocenti sconfitte subite non rimaneva che rifondare l’intero programma che assunse in Gemini (la navicella spaziale battezzata con il seguente termine poiché poteva ospitare due uomini) il punto di partenza per lo sviluppo di nuove tecniche di viaggi spaziali avanzati, utilizzate poi nel successivo programma Apollo e del suo vettore missilistico Saturn V, per il raggiungimento del suolo lunare… il che non fu affatto per nulla indolore.

Nell’autunno del 1965 il responsabile del progetto Apollo, Generale Samuel C. Phillips denunciò senza mezzi termini gli scarsi standard di sicurezza raggiunti, i malfunzionamenti e i significativi problemi tecnici e di progettazione del modulo di comando e del secondo stadio del Saturno – in carico alla NAA – North American Aviation – esploso in fase di collaudo sia nel 1965 che poi nuovamente nel 1966.
Lungo questa spirale di costi e ritardi che sembravano senza fine, nel 1967 un addetto alle verifiche della NAA Thomas Ronald Baron, confermò in un suo rapporto che i problemi denunciati da Phillips non erano stati per nulla superati. Più si avvicinava la scadenza più il sogno sembrava irrealizzabile.

Durante un’esercitazione in vista della missione in seguito nominata Apollo I, il 27 gennaio 1967 la capsula della navicella Apollo/Saturn 204 prese fuoco (per ragioni non ancora del tutto chiarite) bruciando vivi i tre membri del suo equipaggio, il pilota comandante Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee e compromettendo una situazione che sembrava già catastrofica.

Il sacrificio di questi pionieri spaziali per la conquista della nuova frontiera spaziale anziché rallentare la missione della Nasa servì a temprare i partecipanti e a convincere l’opinione pubblica statunitense (già galvanizzata da una propaganda martellante) che giungere per primi sul nostro satellite non fosse più solamente una questione di prestigio politico/militare, ma anche il simbolo della forza di una nazione e degli ideali su cui essa si fondava, che poteva comportare perdite dolorose. I sacrifici delle nuove figure eroiche mitologiche moderne, riprese, descritte e dipinte in molteplici film, riviste, giornali, libri di avventura, modellini e giocattoli… gli astronauti.

La dettagliata analisi storica del documentario riporta anche che il 7 ottobre 1968 (a pochi mesi dal lancio di Apollo 11) James E. Webb dette d’improvviso le sue dimissioni. Dimissioni che nel gennaio 1969 comunicò anche il vice direttore Robert Seamans, seguite il 1 luglio 1969 da quelle del leggendario astronauta Walter Schirra (l’unico ad aver partecipato attivamente a tutte e tre le missioni spaziali americane MercuryGemini Apollo). Sembra strano che queste tre figure chiavi della Nasa, indiscussi protagonisti del programma spaziale americano e che diedero la loro vita alle missioni spaziali, con l’avvicinarsi della missione Apollo 11 rinunciarono improvvisamente alla loro consacrazione definitiva.

La teoria dell’inganno lunare

Lo scrittore americano Bill Kaysing viene considerato il padre della seguente teoria perché nel 1976 con la pubblicazione del suo libro We Never Went to the Moon: America’s 30 Billin Dollar Swindle (Non siamo mai andati sulla Luna: una beffa da 30 miliardi di dollari) gettò le basi ideali che tuttora supportano questo pensiero alternativo. Non siamo andati sulla Luna è il perfetto esempio di libro “cospirazionista”, accattivante e documentato, che certamente induce alla riflessione e dal quale fu anche liberamente tratto il film di Hollywood “Capricorn One” diretto da Peter Hyams nel 1978. Altra principale catalisi per questa teoria fu il libro di Ralph Renè Nasa Mooned America! (La Nasa ha preso per il sedere l’America!) pubblicato nel 1994. 
La teoria del complotto lunare (Moon Hoax) riprese vita con l’avvento di internet e con la successiva pubblicazione dell’archivio fotografico della Nasa ed in particolare con la distribuzione libera dei supporti dvd della Spacecraft Film con tutti i documenti originali come i video, gli audio e le foto ad alta risoluzione delle missioni Apollo.

Prove inconfutabili a favore degli allunaggi sostenute dai cosiddetti debunkers.

Perché i russi non hanno denunciato il falso lunare?

Essenzialmente nessuno li avrebbe creduti data la loro posizione di eterni rivali. Ad ogni modo, era già stata avviata una trattativa per un programma spaziale congiunto tra la presidenza Nixon e l’Unione Sovietica che apri in seguito la strada per la futura Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Sul tema, vengono riportati nel film numerosi video che testimoniano le visite tra gli astronauti americani in Russia e viceversa di cosmonauti sovietici in terra americana.

Con 400.000 dipendenti coinvolti nell’inganno, qualcuno prima o poi avrebbe parlato?

Sarebbe bastato solo un gruppo ristretto di persone attraverso il controllo (ad esempio) del segnale di trasmissione audio/video a ingannare non solo il sistema, ma il mondo intero. L’ipotesi poi non sta in piedi perché la realizzazione di tutte le componenti meccaniche ed elettroniche necessarie per la costruzione del razzo vettore e del modulo lunare erano affidate a numerose società di appalto diverse e sparse su tutto il territorio nazionale americano. Come per il recente scandalo Walkswagen, l’inganno dieselgate fu ideato e mantenuto segreto solo da una cerchia ristretta del sistema e non certamente da ogni singolo componente dell’indotto industriale che, come per la Nasa, potrebbe essere stato del tutto incosciente e in primis ingannato.

Come si spiega la presenza del retro-riflettore o specchio lunare?

Il Massachusetts Institute of Technology già nel 1962 riuscì ad osservare impulsi laser riflessi dalla superficie lunare utilizzando un laser con una lunghezza di impulso millisecondo. Misure simili sono state ottenute in seguito anche da un team sovietico al Crimean Astrophysical Observatory. Il 4 novembre 1963 il New York Times scrisse a proposito di questo esperimento sovietico. Anche la nota rivista National Geographicnel 1966 riportò un articolo su questi primi risultati scientifici ottenuti. È quindi perfettamente possibile far rimbalzare un raggio laser sulla superficie lunare e farlo ritornare sulla Terra. Un raggio poi, di un possibile retro riflettore collocato da sonde automatiche o da Rover controllati a distanza come hanno in seguito effettuato i sovietici con le missioni Lunochod.

Come si spiega la presenza di rocce lunari, gli esemplari di materiale roccioso raccolti dagli stessi astronauti?

Numerosi meteoriti sono stati scoperti in Antartide. Lo stesso von Braun andò proprio nel continente di ghiaccio tra il 1966 e il 1967 insieme ad altri dirigenti della Nasa. Un viaggio documentato come ad esempio dalla rivista Popular Science n.5 del maggio 1967. Inoltre, vi è la possibilità che le rocce siano state riprodotte o modificate in laboratorio attraverso principi di irradiazione e in condizioni di sottovuoto. La Siracuse University ha confermato la possibilità di creare in laboratorio delle rocce a composizione controllabile con tanto di microcrateri aggiunti artificialmente. Questo è comprovato da articoli che documentano che questa possibilità esisteva già negli anni settanta. 
debunkers sostengono come prova a favore della provenienza delle rocce dal suolo lunare la differenza tra gli strati esterni delle rocce. Una superficie parzialmente fusa, erosa e smussata compromessa dal tuffo rovente attraverso l’atmosfera terrestre per le rocce ritrovate sulla Terra e una superficie più intatta, spigolosa e piena di piccoli microcrateri dovuti all’impatto con micrometeoriti che si possono osservare solamente al microscopio per i campioni prelevati direttamente dal suolo lunare. Resta sempre aperta l’ipotesi che le stesse rocce siano state prelevate da una sonda automatica e non da uomini in persona. 
Nonostante ciò, le rocce provenienti dalla Luna mostrano forti segni di magnetizzazione, fenomeno possibile solo se la lava solidifica in ambiente con un forte campo magnetico, come ad esempio quello terrestre. Altra curiosità sorprendente ottenuta dall’analisi dei campioni di roccia lunare è la mancanza del minerale stishovite scoperta nel 1962 sul bordo del famoso Meteor Crater in Arizona. Si tratta di un polimorfo del quarzo che si forma in condizioni di altissima pressione e temperatura, condizioni che sulla superficie di qualsiasi corpo celeste possono verificarsi solo grazie all’impatto (del quarzo) con un meteorite. Essendo la superficie della Luna particolarmente esposta ad eventi meteorici, le rocce avrebbero dovuto contenere sicuramente tracce di questa fase del quarzo. 

Curiose sono state anche le recenti scoperte sui preziosi reperti prelevati dalla Nasa. Risultati pubblicati su Earth and Planetary Science Letters documentano come su un frammento di roccia prelevato dagli astronauti dell’Apollo 14 nel 1971 si è potuto rilevare una composizione minerale caratteristica delle rocce che si formano nel cuore del nostro pianeta. Altro motivo di imbarazzo è stato il caso di un pezzo di Luna esposto al museo Rijksmuseum Amsterdam e donato il 9 dottobre del 1969 dall’allora ambasciatore americano in Olanda, J. William Middendorf, in occasione della visita promozionale nei Paesi Bassi dei tre astronauti dell’Apollo 11. Una recente analisi del campione ha dimostrato senza ombra di dubbio che si tratta di legno fossile.

I set sarebbero troppo grandi per essere dei falsi e per ottenere una panoramica?

Mazzucco e il direttore della fotografia Nicola Pecorini confermano (come se ce ne fosse stato il bisogno nel 2019) le grandiosi capacità delle tecniche cinematografiche di oggi come di allora; viene esposta la tecnica della Front Projection Screenampiamente utilizzata già negli anni ’70 da alcuni registi visionari e innovativi come il celebre Stanley Kubrick e tuttora impiegata nei film più recenti, come per stare in tema nel documentario Magnificent Desolation: Walking on the Moon 3D diretto da Mark Cowen nel 2005. Vi è poi da tenere in considerazione la tecnica della miniaturizzazione con modellini a scala ridotta, e quella con l’utilizzo di sfondi dipinti. Sia nelle singole fotografie che nelle panoramiche scattate dagli astronauti si verifica costantemente la presenza del fronte di linea continua. Una possibile separazione fra un set reale e uno artificiale che è possibile ottenere anche da scene in movimento come dalle riprese dai Rover.

Le immagini dalle recenti sonde lunari testimoniano i luoghi di allunaggio

Tralasciando le immagini a bassissima risoluzione pubblicate online dalla Nasa dalla sonda automatica LRO (Lunar Reconnaissance Orbiter) in orbita intorno alla Luna, dove si possono intravedere dei pixel chiari sui prefissati luoghi di allunaggio, sempre nel 2009 l’agenza spaziale giapponese JAXA con la missione Selena ha utilizzato sulla sonda Kaguya un dispositivo stereoscopico (una telecamera di rilevamento del suolo nominata Terrain Camera) avente una risoluzione di circa 10 metri in grado di riprodurre immagini in 3D e con il quale ha fotografato l’intero suolo lunare compresi i siti degli sbarchi delle missioni Apollo. La JAXA ha poi messo a confronto le immagini acquisite dalla propria sonda con le immagini d’epoca scattate prima e dopo l’allunaggio della missione Apollo 15 e Apollo 17 confermando la presenza di un alone chiaro compatibile con le foto della Nasa e i punti di allunaggio indicati dalla stessa società americana. Il confronto tra le immagini e tra i rilevamenti in 3D della Kaguyacon le panoramiche Nasa portano senza dubbio a un buon livello di coerenza, ma definire delle zone più chiare di un’immagine satellitare del tutto prive di particolari definiti come la certezza della presenza di un modulo lunare è un’affermazione del tutto infondata. Di aloni bianchi nelle foto ce ne sono poi un’infinità e il luogo di allunaggio di Apollo 15 era già stato riproposto fedelmente nei minimi dettagli (come la presenza della Rima Hadley) nel mappamondo simulatore della Nasa del 1966. Le stesse riprese ravvicinate, come viene descritto da American Moon, potevano essere benissimo effettuate attraverso lo stesso meccanismo.

Prove contro l’allunaggio.

La presenza della mortale radioattività emessa dalle fasce di Van Allen

La conferma della presenza all’interno della magnetosfera di una fascia dinamica radioattiva ottenne conferma sperimentale solo con il lancio delle missioni Explorer 1 e Explorer 3 sotto la supervisione di James Van Allen. Dal punto di vista qualitativo questa cintura, che riporta da allora il nome del fisico statunitense, consiste in realtà in due fasce che circondano il nostro pianeta, una interna ed una esterna. Quella interna è molto stabile ed è costituita da un plasma di elettroni e di ioni positivi ad alta energia, mentre quella esterna è costituita da soli elettroni ad alta energia ed è caratterizzata da un comportamento molto più dinamico.

James Van Allen

“A causa della grande capacità di penetrazione dei protoni ad alta energia qui contenuti, una schermatura efficace è ben lontana dalle nostre capacità ingenieristiche nel prossimo futuro” […] “tutti i tentativi di missioni umane nello spazio devono tenersi lontani da queste due fasce di radiazioni fino a quando non saranno stati sviluppati dei metodi adeguati per proteggere gli astronauti”

Nel 1968, senza che prima vi sia stato effettuato un esperimento animale, veniva lanciata verso la Luna la missione Apollo 8, la prima a dover affrontare le temute fasce radioattive. La capsula era rivestita da sottili e leggeri strati di materiali vari (alluminio, acciaio, una resina rinforzata al quarzo e uno strato isolante fibroso) spessi da 8 a 18 centimetri e senza nessuna protezione specifica contro le radiazioni. Nel rapporto ufficiale della missione inoltre, pieno di informazioni e dati tecnici di ogni tipo, non si accenna minimamente al tema della radioattività e alle fasce di Van Allen
Su questo tema i debunkers confermano l’assenza di test animali perché ci avevano già pensato i Russi nel 1966 quando lanciarono la capsula Kosmos 110 con a bordo due cani, Veterok e Ugolyok allo scopo di testare gli effetti prolungati delle radiazioni.

Altri debunkers sostengono che le missioni Apollo abbiano effettuato traiettorie di uscita e di rientro che avrebbero evitato la zona più radioattiva, ma queste affermazioni sono smentite dai rapporti della stessa Nasa che, come riportato ad esempio per la missione Apollo 14, afferma che la traiettoria lunare effettuata dalla navicella era più vicina all’equatore geomagnetico delle precedenti passando proprio nel cuore delle fasce radioattive confermando nei rapporti e nelle tabelle degli stessi viaggi dati e dosaggi sempre trascurabili al di sotto delle soglie di allarme e che l’insieme del rivestimento protettivo costituiva di fatto una schermatura capace di abbattere più del 90% delle radiazioni. 

Ulteriori anticomplottisti sostengono che pur avendo evitato la zona centrale più radioattiva, le missioni abbiano comunque attraversato la fascia nella sua propaggine detta Anomalia del Sud Atlantico che raggiunge la distanza minima di 200 Km dalla superficie terrestre e che la stessa area è costantemente percorsa dalla ISS più volte al giorno così come lo fu nel passato per le missioni ShuttleSojuz e Gemini
Nonostante tutto, oggi i tecnici della missione Orion continuano a confermare l’alta pericolosità radioattiva per poter inviare un giorno persone in questa zona che sostengono essere altamente pericolosa per l’uomo e per gli stessi strumenti elettronici.

Kelly Smith (tecnico dei sistemi di guida e di navigazione di Orion)

“Dobbiamo sperare queste sfide prima di mandare delle persone in questa zona dello spazio”

Oggigiorno i sistemi elettronici dei satelliti vengono resi più resistenti alle radiazioni per durare più a lungo, ciononostante i sensori del telescopio spaziale Hubblevengono sovente spenti quando l’apparecchio attraversa regioni di radiazioni intensa come l’Anomalia del Sud Atlantico.

Terry Virts (ex astronauta statunitense e colonnello della United States Air Force)

“Attualmente siamo in grado di volare solo nell’orbita terrestre. più lontano di così non possiamo andare. Il nuovo sistema che stiamo costruendo ci permetterà di andare oltre e speriamo che possa portare uomini adesplorare il sistema solare. La Luna, Marte, gli asteroidi, ci sono molte destinazioni che potremmo raggiungere e stiamo costruendo i vari pezzi che ci permetteranno un giorno di farlo”

Come sostiene Mazzucco, sembra quasi che per la Nasa il pericolo delle radioattività non sia stato un problema solo nel periodo temporale delle missioni Apollo dal 1968 al 1972. Lo stesso Alan Bean (Apollo 12), uno dei dodici uomini ad aver attraversato le fasce di Van Allen è del tutto ignaro a seguito di un’intervista di aver oltrepassato le seguenti fasce radioattive e del pericolo che possa aver percorso. Secondo i debunkers ciò sarebbe del tutto plausibile perché lo studio delle fasce non farebbe parte della formazione di Bean, che è ingegnere aeronautico. 

Cambiando discorso, prestando attenzione sugli ingrandimenti delle fotografie ad alta risoluzione messe a disposizione dalla Nasa, il LEM sembra essere rivestito di cartapesta e nastro adesivo che i debunkes motivano essere solo il rivestimento esterno alla struttura in titanio e che doveva essere del tutto elastico rispetto a una saldatura per sopportare gli sbalzi termici e le notevoli sollecitazioni del volo spaziale. Non si spiega però perché solo alcune parti lo siano, mentre altre al fianco di queste sono rivestite da centinaia di rivetti metallici saldati tra loro.

L’assenza di un cratere o di una traccia di atterraggio sotto il punto di appoggio del LEM sul suolo lunare

debunkers tengono a sostenere la presenza di un suolo lunare roccioso, mentre altri confermano che la Luna sia ricoperta da diversi strati di regolite compatta molto profondi. Ma gli stessi sono smentiti dalle descrizioni effettuate dagli astronauti sul suolo lunare dove poggia il LEM. Il documentario riporta gli audio originali di Armstrong (Apollo 11), Shepard (Apollo 14) e Irvin (Apollo 15). 
Viene messa a confronto anche la foto reale scattata dalla sonda Phoenix sbarcata su Marte che rivela come i suoi razzi abbiano spazzato via gran parte della polvere di superficie rivelando la nuda roccia sottostante il pianeta rosso, che per alcuni non era che uno crosta di ghiaccio semplicemente ricoperta da un sottile strato sabbioso visto che la capsula è atterrata nel bassopiano Vastitas Borealis situato nell’estremità settentrionale del pianeta che circonda la regione polare.

L’assenza di polvere depositata dopo la fase di atterraggio sulle zampe del LEM nelle varie missioni Apollo

debunkers su questa affermazione sostengono che durante la prima missione l’equipaggio si sia scordato di spegnere il motore per l’emozione provata, ma come nel caso precedente anche questa affermazione viene smentita da Neil Armstrong in persona. Viene poi riportata anche una serie di incongruenze che sostengono contemporaneamente che il getto del motore sia stato talmente debole da non aver creato nessun buco dalla sabbia lunare, ma anche talmente forte da aver spazzato la polvere dalle zampe del LEM.

La mancanza di una fiamma provocata dal motore del LEM durante le fasi di discesa e ascesa lunare

Alcuni debunkers sostengono che il prodotto di questo combustibile (propellente ipergolico) è incolore e trasparente, ma vengono smentiti da numerosi video di test a Terra (anche sottovuoto) e dalle immagini dei veicoli spaziali Shuttle e Sojuz nel vuoto dello spazio durante le fasi di orientamento in orbita che utilizzano lo stesso carburante. Altri, sostengono che normalmente la fiamma di accensione non è visibile perché nascosta all’interno dell’ugello, ma è solo nel caso della ripartenza di Apollo 17 che la telecamera riesce ad inquadrare il modulo dal basso quando quest’ultimo è alto nel cielo, lasciando intravedere una possibile luce della fiamma dentro il motore.

L’assenza del rumore di accensione del motore del LEM all’interno della sua capsula nella fase di ripartenza dal suolo lunare

Il suono non si propaga nel vuoto dello spazio. Quindi è plausibile che dall’esterno non si possa captare alcun rumore. Appurato che nessun suono poteva arrivare da fuori, c’è da valutare quanto rumore proveniva dall’interno della capsula. 
Le teorie dei debunkers sostengono che il rumore si disperda nello spazio, ma la cabina è pressurizzata e il motore di risalita (che spinge in quella fase al massimo della sua potenza) è collocato proprio al centro e all’interno della capsula. Gli astronauti erano letteralmente seduti sul motore, ma ad ogni registrazione video originale il suo fragore non si percepisce mai a differenza di altri suoni come le voci degli astronauti o della musica di un registratore come sottofondo musicale avviato durante la ripartenza di Apollo 15. Sostengono poi che il leggerissimo suono del motore, appena percepibile dagli astronauti, non poteva essere catturato dai microfoni delle loro cuffie, perché questi erano calibrati con una sensibilità tale da attenuare i rumori ambientali e captavano solo la voce di chi li indossava.

Non esiste più alcuna traccia dei progetti originali del modulo lunare e dei nastri originali magnetici contenenti i dati della telemetria dello sbarco di Apollo 11

debunkers sostengono che la società aerospaziale Grumman che diresse e realizzò il progetto e la costruzione del LEM non sapesse come archiviarli e piuttosto che lasciarli marcire li ha definitivamente eliminati, quando è scontato che i musei di tutto il mondo avrebbero fatto carte false per ottenere i documenti originali di progettazione del solo mezzo che ha portato esseri umani in un altro corpo celeste. 
Scomparso è anche il video originale dello sbarco di Apollo 11, uno dei documenti video più importanti della storia dell’umanità che la Nasa sostiene semplicemente di non trovare più. La perdita dei nastri video di Apollo 11 di per se non sarebbe una perdita irreparabile visto che ad oggi esistono in circolazione copie digitalizzate anche migliori dell’originale andato perduto, ma quei nastri oltre alle immagini contenevano importanti dati scientifici di telemetria (dal battito cardiaco degli astronauti alla situazione tecnica del LEM e della sua posizione nello spazio a quel tempo). Quindi sarebbe stata una prova schiacciante a favore della presenza dell’uomo sulla Luna.

Un ritardo nelle telecomunicazioni radio troppo veloce per provenire dal nostro satellite

Dai video originali dalla Spacecraft Films (che i debunkers confermano essere i soli privi di tagli o rimontaggi di alcun tipo) Mazzucco ha estrapolato con pazienza conversazioni che non possono essere avvenute così rapidamente con una risposta ad una domanda vista la distanza tra i due corpi celesti. La Terra e la Luna distano tra di loro circa 400.000 Km. Per questo motivo un segnale radio ci mette circa 1 secondo e 3 decimi per raggiungere il nostro satellite e lo stesso tempo per tornare alla base. Questo comporta che ad ogni domanda posta da Houston, ogni risposta proveniente dalla Luna doveva impiegare come minimo 2 secondi e 6 decimi. 
Gli stessi audio esaminati e incriminati dal giornalista italiano (perché la risposta dell’astronauta avviene in un tempo inferiore, in un caso addirittura anche al di sotto del secondo) sono presenti sul sito ufficiale dell’Apollo Lunar Surface Journal, dove la Nasa ha ricaricato singolarmente le conversazioni degli astronauti, ma in quelle stesse conversazioni si presenta una risposta spostata nel tempo in avanti, come se qualcuno si fosse accorto del problema del ritardo audio. 
Questa è di fatto una compromissione del video originale della Spacecraft Films distribuito al pubblico. Ma ci sono altri filoni anticomplottisti che smentiscono gli stessi “colleghi” debunkers perché almeno per quanto riguarda la sezione dei dvd da cui provengono i brani sospetti (fatalità vin da pensare) alcuni dei materiali sono stati in realtà modificati sforbiciando drasticamente le pause morte dei dialoghi comprese proprio quelle dovute al ritardo tra i due corpi celesti. Questo lo si può verificare comparando i brani con le trascrizioni presenti sul sito web Apollo Lunar Surface Journal. C’è poi ta tenere presente che gli originali dei dialoghi tra austronauti e il centro di controllo sono contenuti in nastri magnetici conservati nei National Archives di Washington e che possono essere letti solo da una speciale macchina di cui esiste un unico esemplare alla Nasa.

Un segnale audio e video di trasmissione che non viene mai degradato durante le dirette televisive

Per trasmettere le immagini sulla Terra gli astronauti utilizzavano un’antenna speciale montata sul Rover. L’antenna doveva essere sempre posizionata con il giusto angolo di posizionamento. La stessa Nasa nei suoi dettagliati manuali tecnici descrive come il minimo errore di oscillazione (una volta calibrata con precisione l’antenna posta sullo stesso Rover) sia determinante per la qualità trasmessa sulla Terra. Ma il segnale televisivo non si interrompe mai in nessuna diretta, nemmeno durante i continui oscillamenti provocati dalle forti sollecitazioni della telecamera posta sul Rover. Il veicolo doveva essere perfettamente immobile per poter tramettere senza interferenze per il suo segnale alla Terra. I debunkers però sostengono che i requisiti di stabilità nel Rover non erano così stringenti come quelli dei normali veicoli trasmittenti. Le oscillazioni e le vibrazioni sono per loro notevolmente amplificate dall’utilizzo di un teleobiettivo zoom.

Il comportamento anomalo dal punto di vista scientifico della polvere lunare 

Sulla Terra la polvere rimane attaccata agli oggetti grazie alla presenza dell’umidità dell’aria. Sul nostro satellite però non c’è atmosfera e questo significa che non esiste umidità. Teoricamente quindi la polvere non potrebbe attaccarsi agli oggetti e alle persone presenti sul suolo lunare. Un possibile fenomeno viene anche spiegato impossibile per una sorta di effetto elettrostatico vista la moltitudine di materiali presenti e per gli scritti della stessa Nasa che confermano che il tema delle cariche elettrostatiche durante il giorno lunare è un problema che non si pone. 
Le riprese invece testimoniano di infiniti fenomeni inspiegabili di polvere appoggiata in ogni parte delle tute e dei macchinari degli astronauti. In assenza di umidità poi, sono impossibili da replicare le loro impronte definite, marcate e compatte. 
Qui alcuni dubunkers sostengono che essendo la regolite un materiale estremamente isolante, la sua particella può acquisire una carica positiva sul lato esposto al sole mantenendo contemporaneamente la carica negativa, e quindi la forza attrattiva, sul lato a contatto con la superficie. Nel punto di contatto, poi, entra in gioco la forza di van der Waals, una forza attrattiva che agisce su distanze brevissime ed è indipendente dalla carica elettrostatica. Inoltre i granelli di polvere lunare, tipicamente ruvidi e spigolosi perché non arrotantati dagli agenti atmosferici, possono a dir loro incastrarsi facilmente come ad esempio nelle fibre delle tute spaziali.

La presenza di cavi di acciaio provocati da lampi di luce

Mazzucco si sofferma anche sulla presenza di alcuni riflessi particolari che si visualizzano sempre nei video della Spacecraft Film. Sono dei bagliori che si possono distinguere in corrispondenza del riflesso emesso dall’antenna posta sulla schiena degli astronauti ma molto più in alto di questa, come se ci fosse qualcos’altro di metallico posto al disopra che possa rispecchiare la stessa luce. 
Sono presentate anche altre situazioni in cui il corpo degli astronauti compie articolazioni e movimenti del tutto anomali e impossibili da eseguire se non per mezzo di una forza esterna come il movimento all’unisono in avanti e indietro di entrambe le gambe. 
È evidente che non si tratta di una luce reale ammettono debunkers in risposta a Mazzucco nei loro blog, ma di un difetto nella pellicola del filmato kinescope(una copia su pellicola del video originale, ottenuta puntando una cinepresa su uno schermo, su quale è visualizzato il video originale), che la Spacecraft Films ha scelto e ha ammesso di aver utilizzato come fonte visto che alcuni videotape originali (seppur di maggior qualità) non sembravano idonei al montaggio. Qui ovviamente sussistono le profonde contraddizioni tra gli stessi anticomplottisti sulla bontà e fedeltà dei video in vendita al pubblico della Spacecraft Film.

La presenza di aria

Tutti i granuli di polvere alzati dalla ruota del Rover in assenza di atmosfera dovrebbero compiere lo stesso arco di traiettoria parabolica prima di ricadere sul suolo lunare. Possiamo osservare invece, sempre dai filmati originali della Spacecraft Film, come la polvere smossa dalle ruote del Rover generi sempre le classiche nuvole di sospensione dovute alle particelle di sabbia più leggere frenate dalla presenza dell’aria come avviene da noi sulla Terra. 
Sono poi menzionate e documentate le famose bandiere americane che sventolano senza che alcun astronauta le tocchi e dei movimenti sospetti delle coperture termiche del Rover in Apollo 16
Per i debunkers, la ruota del Rover, essendo una rete metallica, agisce come un setaccio rotante. Quando la ruota schiaccia il suolo, la polvere entra al suo interno e, man mano che la rotazione prosegue, la polvere fuoriesce dalla rete per forza centrifuga lungo tutta la sua circonferenza. Per i movimenti della bandiera, una possibile spiegazione fornita è che venga spinta dai gas emessi dalla tuta e dallo zaino degli astronauti. L’ossigeno veniva emesso quando la pressione era eccessiva e il vapore acqueo quando il calore era eccessivo. Questo spiegherebbe perché la bandiera non si muove ogni volta che un astronauta è nelle sue vicinanze, ma solo in alcuni casi, cioè quando, per puro caso, la sua tuta è in fase di emissione. La spiegazione più plausibile dunque è che, finché c’è la spinta del gas, la bandiera è inclinata fuori dall’inquadratura, ma quando il gas cessa di soffiare, la forza di gravità tende a raddrizzare il drappo. I picchi di scostamento della stessa corrispondono alle depressurizzazioni, all’apertura del portellone, all’impatto degli zaini sul suolo con l’emissione di ossigeno residuo. I debunkers possono ipotizzare che esso smuova la bandiera dall’equilibrio instabile in cui si trova sul bordo dell’inquadratura e che la gravità la faccia ruotare verso il LEM.

Le fotografie delle missioni Apollo

Nel finale ci addentriamo con American Moon in uno dei capitoli più interessanti del documentario, quello dedicato allo studio degli scatti eseguiti dagli astronauti. 
Il regista, intelligentemente inizia il dibattito fotografico astenendo dei preconcetti che smentiscono alcune teorie complottistiche, errate perché contrastano le leggi stesse della fotografia, come la famosa mancanza delle stelle nelle immagini (sia se fossero realmente scattate sulla Luna che all’interno di un set sulla Terra) dimostrata dai diaframmi aperti (F. 8/11) e dai tempi veloci (1/250 sec.) preimpostati dagli astronauti, così come la presenza dei reticoli fotografici di riferimento in secondo piano (i cosiddetti fiducials che compaiono su tutte le foto scattate sulla superficie lunare) smentita dalle foto a piena risoluzione rilasciate dalla Nasa.

Aldo Fallai

“Le stelle non si vedrebbero mai!”

Mazzucco, giornalista con una grande esperienza nel settore fotografico, ha richiesto l’opinione tecnica di importanti fotografi di fama mondiale per comprendere più a fondo alcuni aspetti che sembrano dimostrare con fermezza la realizzazione delle foto in studio. I fotografi Toni Thorimbert, Aldo Fallai, Oliviero Toscani e Peter Lindbergh, con esperienze professionali già negli anni ’70 quando utilizzavano le stesse macchine e la stesse pellicole impiegate dalla Nasa, confermano sulla base dei principi della fotografia l’impossibilità di ottenere i seguenti risultati in assenza di luci artificiali.

La mancanza di danni sulle pellicole riportati dalla radioattività dello spazio cosmico

Con l’aiuto dei professionisti, vengono sostenuti altri validi argomenti per criticare la realtà degli scatti. Uno su tutti, la mancanza di danni sulle pellicole riportati dalla radioattività dello spazio vista la presenza di eruzioni solari, tempeste magnetiche, raggi ultravioletti, di raggi x, raggi gamma e raggi cosmici. 
Douglas Arnold, assistente per la Kodak nel periodo 1966/1974 e Igor Kostin, fotografo sovietico che si occupò del disastro nucleare di Chernobyl confermano una inevitabile perdita di contrasto, di saturazione del colore e un sensibile aumento della granulazione sopratutto nelle zone più buie dell’immagine causati dagli effetti delle radiazioni.
Non si spiega dunque, come per le foto della Nasa i cieli si presentino perfettamente neri, con una saturazione intatta e una mancanza di granulazione su tutta l’immagine. La potenza e la concentrazione massiva dei flussi di particelle radioattive é stata analizzata dalle sonde inviate nello spazio e i risultati riportati su diverse pubblicazioni anche della stessa Nasa che, in un memorandum tecnico conferma che: 

“Il livello energetico dei raggi cosmici intergalattici è così alto che non esiste alcun metodo pratico per eliminare i danni dovuti alle radiazioni cosmiche”

Dai loro blog i debunkers sostengono che il degrado sulle pellicole esiste ed è stato misurato dalla Photographic Technology Division della NASA, gli uffici che si occupavano al tempo di sviluppare e duplicare le pellicole nel modo più fedele possibile agli originali. In realtà i cristalli di sale d’argento nell’emulsione, che sono le particelle più piccole che formano l’immagine, hanno diametri dell’ordine del millesimo di millimetro. Anche se una particella cosmica radioattiva lasciasse la traccia del suo percorso su più cristalli, sarebbero comunque molto difficili da distinguere persino nelle scansioni in alta definizione.

L’eccesssiva contrazione termica provoca il blocco delle componenti meccaniche di una macchine fotografiche e la vetrizzazione della stessa pellicola

Come avrebbero potuto funzionare le macchine fotografiche degli astronauti con i loro meccanismi metallici di trascinamento sulla Luna a causa delle sue temperature estreme e con la mancanza di atmosfera (dove la dispersione di calore avviene solo tramite irradiazione). Il terreno lunare esposto al Sole presenta una temperatura superficiale media di oltre 100°C e in ombra può raggiungere i -170°C nelle zone più equatoriali, mentre lo spazio ha una temperatura di -270°C. Visto che i piccoli ingranaggi metallici si espandono e si contraggono di continuo con gli sbalzi di temperatura avvenuti dall’uscita del LEM, provocando il blocco di un’apparecchiatura complessa come quella di una macchina fotografica (la Hasselblad lunare era progettata per funzionare fino a 65 gradi sotto zero), non si spiega come Neil Armstrong, appena sceso dal modulo lunare sia stato in grado di effettuare fotografie dopo essere rimasto in ombra per svariati minuti con la macchina in mano.

L’illuminazione di carattere artificiale delle fotografie lunari

In molte foto scattate dagli astronauti si verifica quello che in termini fotografici viene chiamato hotspot cioè il punto caldo maggiormente illuminato mentre man mano che si allontana dal centro della zona luminosa si può constatare un effetto di caduta di luce chiamato fall-off. Questi si verificano nel caso si utilizzi una luce artificiale. 
Il film dimostra che un caso clamoroso di hotspot si presenti proprio nella celebre foto di Aldrin scattata da Armstrong. Anche il responsabile della ditta Hasselblad, Jan Lundberg non sa spiegarsi il fatto che sembra essere scattata con un riflettore. 

Astronaut Buzz Aldrin in spacesuit walking on lunar surface

Da collezionista di prime pagine e riviste storiche segnalo che la stessa foto è la protagonista del numero di National Geographic del Dicembre 1969, copertina che è finita sbadatamente nel finale del film First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle del 2018 quando gli astronauti dell’Apollo 11 si trovavano in quarantena nella fase seguente il ritorno sulla Terra… nel mese di agosto del 1969, quattro mesi prima della sua pubblicazione.

Riguardo gli strani effetti di luce della superficie, non c’è dubbio per i debunkers che la zona scura sotto il veicolo e l’alone chiaro intorno a esso (verificate dalle recenti sonde spaziali) siano causati dai getti dei motori durante l’allunaggio, ma il meccanismo fisico alla base della loro formazione non è ancora stato chiarito del tutto. Una delle teorie più accreditate è che nei pressi del motore il suolo sia più aspro e irregolare, e quindi più scuro, perché il getto ha una pressione tale da strappare zolle di regolite e spargerle nelle vicinanze, mentre lontano dal motore la regolite sia più liscia e chiara, perché spazzata da gas a bassa pressione ed alta velocità. È proprio la presenza di queste sfumature in superficie per i debunkers la causa dell’hotspot e del fall-off visibile nelle foto Apollo nei dintorni del LEM
Ma il fenomeno degli hotspot si verifica in missioni diverse e in situazioni diverse, alcune decisamente distanti dal LEM e dalla zona di allunaggio ed è la stessa Nasa che nel rapporto sulle missioni Surveyor smentisce di fatto le ipotesi della gradazione cromatica del suolo lunare. 
Il problema della divergenza delle ombre sul suolo lunare che sembra data in molte foto dalla presenza ravvicinata di una fonte luminosa artificiale è sempre smentita dai debunkers per l’irregolarità del suolo lunare.

Sempre per gli anticomplottisti, nei panorami si può notare come, man mano che ci si rivolge verso il Sole, e aumenta l’angolo di fase, diminuisce gradualmente la luminosità del suolo. Anche questo avviene secondo loro perché la superficie lunare è piena di irregolarità (crateri, pietre, granelli microscopici di regolite) che creano ombre. All’aumentare dell’angolo di fase, vediamo sempre più parti in ombra e sempre meno parti illuminate, percependo un calo di luminosità globale. Quando l’angolo di fase è piccolo, invece, vediamo solo le parti illuminate, mentre le ombre vengono nascoste dalle irregolarità stesse: questo spiega l’incremento di luminosità dello Heiligenschein
Visto che ne la Terra, ne la bianca tuta di Armstrong non avrebbero potuto riflettere la luce necessaria per illuminare Aldrin e il LEM (sia per la dimensione dell’oggetto sia per la sua distanza) non si capisce come questi siano spesso illuminati e bilanciati in una zona in controluce quando è impossibile tecnicamente bilanciare la luce diretta e quella riflessa in controluce. L’abbondanza di luminosità è tale nelle zone in ombra da vedere tutti i dettagli, gli stessi che rivelano dei riflessi tecnicamente impossibili da riprodurre in assenza di luce diretta.

Possibile che ci siano stati sulla Luna ed abbiano solo riprodotto in seguito le foto per la mancanza tecnica

In tutte e sei le missioni Apollo si notano questi fatti tecnici apparentemente inspiegabili. Le foto combaciano con le dirette riprese televisive e quindi non possono essere state scattate dopo la data di trasmissione video. 

Il 16 settembre 1969, nella conferenza stampa al ritorno della missione Apollo 11, in molti vedono nelle facce serie e nelle risposte stringate di Armstrong, Aldrin e Collins un disagio inaspettato. Invece di volti radianti di felicità e di entusiasmo, come si aspetterebbe da eroi tornati sani e salvi dalla loro epica missione, si vedono dei volti tesi, scuri e preoccupati tra disagio e imbarazzo che portano a pensare che abbiano preso parte a una messinscena prima licenziarsi di li a poco dalla Nasa e di sparire definitivamente dalla scena pubblica. 

Riprendendo un articolo apparso di recente sul sito de Il Fatto Quotidiano scritto dal giornalista Giulietto Chiesa, sapevo che Massimo Mazzucco stava lavorando alacremente al suo film American Moon e mi ero riproposto da tempo di colmare finalmente alcune mie lacune sul tema. Essendo certo di ritrovare un lavoro completo non superficiale e approssimativo come quelli che vengono normalmente trasmessi per televisione – avendo poi visto tutti i suoi precedenti documentari – ho atteso di regalarmi la sua visione proprio nella settimana celebrativa dell’allunaggio. Adesso che l’ho visto, più e più volte, rilascio la mia meditata conclusione.
La versione ufficiale dell’intera serie delle missioni Apollo (quella sposata e difesa a tutti i costi dai debunkers) non regge alla verifica dei fatti. 
Se c’è una verità, non è quella che è stata mostrata al mondo e se le prove a favore degli allunaggi non portano ad alcuna valida prova visiva o dimostrazione scientifica che possa togliere ogni dubbio sugli eventi che abbiamo studiato nei libri di Storia, le dimostrazioni sostenute da Mazzucco – di contro – fondano le loro certezze sulle discipline scientifiche e sul sapere (le armi che invece dovrebbero per definizione utilizzare gli stessi anticomplottisti per avallare il loro credo), sulle testimonianze e studi degli stessi protagonisti e soprattutto sulle numerose contraddizioni tra i debunkers e i documenti che sono alla base del loro pensiero. 
Se si vanno ad analizzare tutti i siti e i forum che cercano di smontare teorie complottistiche e in particolare di sminuire il lavoro di Mazzucco, il debunker di turno, nel disperato tentativo di spiegare l’inspiegabile, non entra mai nella spiegazione tecnico scientifica delle incoerenze presentate dal film e non ribatte mai con fermo chiarimento alle affermazioni o sui documenti originali dei protagonisti che lui stesso tutela e che contrastano le sue affermazioni. 
Ai presunti cacciatori di bufale fa comodo soffermarsi semplicemente su alcuni piccoli screzi piuttosto che affrontare con modestia fenomeni inspiegabili dalla scienza o dai principi di un’arte come quella fotografica. Visto che viene dimostrato da tempo che le ipotesi alternative non sono da escludere a priori e fanno in modo di mantenere una mente aperta a tutte le possibilità, rimango ancora sconcertato da questa mancanza di umiltà (nei confronti della comunità scientifica) e di rispetto (nei riguardi di chi la pensa in maniera diversa) dimostrata non solo dai debunkers ma dall’intero sistema dei media. 

A questo punto, visto che assieme ai festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’allunaggio la NASA e il vicepresidente Mike Pence hanno voluto annunciare il completamento della capsula Orion per il programma Artemis, che porterà nuovamente l’uomo (e per la prima volta una donna) sulla Luna entro il 2024, non resta che affidarci a uno dei padri della nostra letteratura…

Alessandro Manzoni

“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”

Nell’esaminare la veridicità dello sbarco sulla Luna, Mazzucco non tralascia nulla e confeziona un prestigioso, interessante e dettagliato documentario d’inchiesta…


Titolo originale: American Moon  (American Moon, 2017)

Paese di produzione: Italia

Voce narrante: Roberto Trapani


Narratore:

Il film di Méliès naturalmente era solo una fantasia… e le missioni Apollo furono vere o furono anch’esse soltanto una versione più moderna e sofisticata della stessa fantasia?”