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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

~ Tre manifesti a Ebbing, Missouri ~

un film di Martin McDonagh.


Sono passati mesi e l’omicidio di sua figlia è rimasto irrisolto, così Mildred Hayes decide di smuovere le autorità, commissionando tre manifesti pubblicitari alla porte della sua città – ognuno dei quali grida un messaggio provocatorio e preciso (Stuprata mentre moriva / E ancora nessun arresto / Come mai, sceriffo Willoughby?) – diretti al venerato capo della polizia locale. La provocazione personale innesca una catena di eventi imprevedibili e quando viene coinvolto anche un secondo ufficiale, Dixon, ragazzo immaturo e dal temperamento violento, la battaglia tra Mildred e le forze dell’ordine di Ebbing è dichiaratamente aperta.


Bellissimo e complesso, coinvolgente ed emozionante. Può essere interpretato e visto in tanti modi e non necessariamente ce n’è uno migliore di un altro. Violenza, razzismo e pregiudizio, tutti rifusi della nazione americana, sono affrontati in chiave postmoderna e più che un film sulle contraddizioni degli Stati Uniti, l’opera sembra quasi indicare una possibile ancora di salvezza in un luogo – il Missouri – in cui, dalla conquista del west  a oggi, sono cambiate davvero poche cose.

“Non ci sono buoni o cattivi, non c’è traccia di retorica sessista o ideologica nella superba scrittura di Mc Donagh, drammaturgo britannico occasionalmente prestato al cinema. È un piccolo, grande, intelligente esercizio di meditazione sulla buona fede e la coscienza che il coraggio di una donna può stanare anche dentro i più insospettabili”. (Teresa Marchesi)

Il sacrificio dello sceriffo Willoughby, la scelta del suicidio di un uomo per evitare il dolore degli ultimi giorni di vita al fianco della famiglia, manifestata nella lettera di addio alla donna della sua vita (scena indelebile ricca di poetica e che verrà scolpita nel cuore di ogni cinefilo con lo scorrere del tempo), si contrappone al finale di Mildred che guida l’auto al fianco dell’agente Dixon. Un momento di grande autenticità artistica ed esistenziale espressa come nel romanzo La Strada di Jack Kerouac; partire da soli per un viaggio verso l’ignoto è un gesto disperato. Partendo insieme a qualcun altro è più probabile che si arrivi da qualche parte.


Bill Willoughby (Lettera di addio): “Mia cara Anne, una lettera più lunga è nel cassetto del comò. L’ho scritta nell’ultima settimana. Quella riguarda noi e i miei ricordi su di noi e su quanto ti ho amato. Questa parla solo di stanotte e, cosa più importante, di oggi. Stanotte sono andato dai cavalli per farla finita. Non posso dire di essere dispiaciuto per la cosa in sé, anche se so che per un pò sarai arrabbiata con me, o addirittura mi odierai per questo. Ti prego, non farlo. Non si tratta di dire: “da solo, venni a questo mondo e da solo me ne andrò”, o qualcosa di altrettanto stupido. Non sono venuto al mondo da solo; c’era mia madre, ne me ne andrò da solo, perché ci sei tu ubriaca sul divano facendo battute alla Oscar Wilde sul cazzo. No, qui si tratta in un certo modo di coraggio. Non il coraggio di affrontare un proiettile: il dolore dei prossimi mesi sarebbe stato molto più duro di uno sparo fulmineo. No, è il coraggio di soppesare se stare con te ancora, nei prossimi mesi, svegliarmi ancora con te, giocare con le bambine, oppure, nei prossimi mesi, vedere nei tuoi occhi quanto il mio star male ti uccida, come il mio corpo indebolito che mi abbandona e tu curi sia il definitivo e duraturo ricordo di me. Non lo permetterò. Il tuo ultimo ricordo di me sarà noi due sulla riva del fiume e quello stupido gioco della pesca – in cui credo abbiamo imbrogliato – e io dentro di te e tu sopra di me… e appena un fuggevole pensiero delle tenebre a venire. È stato il massimo, Anne. Un giorno intero senza pensarci. Trattieni questo giorno, baby. È stato il più bello della mia vita. Bacia le piccole per me. Sappi che ti ho sempre amata e che forse ci rincontreremo in un’altra vita. Altrimenti… bè, è stato meraviglioso conoscerti. Il tuo uomo… Bill.”


“Non c’è pietà nella storia. Soltanto un labile confine che l’anarchia della protagonista sembra scavalcare più volte per raccontarci una vicenda costruita sui paradossi e i difetti umani” (Gabriele Barducci)

La speranza è quella di ottenere finalmente giustizia, ma nel finale l’arco di maturazione dei protagonisti è portato a compimento e tutto torna. Il regista britannico, seguito da un’encomiabile scelta di casting, è abile nel dar respiro ad ogni singola scena, coralmente accompagnata dalle musiche di Carter Burwell, noto per la sua assidua collaborazione con i fratelli Coen. McDonagh chiude la storia nell’esatto momento in cui è giusto che si chiuda, lanciando un messaggio di rara potenza e lasciando allo spettatore, la libertà di interpretare il corso narrativo degli eventi.


Manifesti di una provincia Americana e del senso di giustizia. La comunicazione come unico antidoto alla rabbia e alla violenza che pervade la società…


Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri, 2017)

Paese di produzione: Usa

Principali interpreti e doppiatori: Frances McDormand (Mildred Hayes), Woody Harrelson (sceriffo Bill Willoughby), Sam Rockwell (agente Jason Dixon), John Hawkes (Charlie Hayes), Peter Dinlake (James), Lucas Hedge (Robbie Hayes), Clarke Peters (sceriffo Abercrombie), Caleb Landry Jones (Red Welby)


Mildred Hayes: “Come va il business delle torture dei negri’?”

Poliziotto: “Non può dire negri, signora. Deve dire persone di colore”


Bill Willoughby: “Se dovessi cacciare tutti i poliziotti con tendenze razziste resterei con tre, che comunque odiano i froci’!”


Robbie Hayes: “Sei una vecchia troia!”

Mildred Hayes: “Non sono vecchia, Robbie”

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