It

Square

4 Stelle

~ IT ~

un film di Andy Muschietti.


It, una forza malefica eterna demoniaca di origini aliene e di età antichissima, si aggira per Derry, una piccola cittadina del Maine, uccidendo periodicamente i bambini che l’abitano. Il mostro non ha una forma reale ma assume l’aspetto delle paure più profonde di ogni individuo, anche se di solito adotta le sembianze della creatura malvagia del pagliaccio Pennywise. Esso si risveglia ogni trent’anni secondo un preciso ciclo, ma nessuno è a conoscenza della sua esistenza tranne sette ragazzini che hanno loro stessi ricevuto attacchi dal mostro.


It: “Me lo prendo! Mi prendo tutti voi! E banchetterò con le vostre carni e mi nutrirò della vostra paura. Oppure… voi ve ne andate. Io mi prendo lui e lui soltanto e poi mi ritiro nel mio lungo sonno. E voialtri sopravviverete tutti per diventare grandi. Prospererete e vivrete le vostre vite felici, finché non verrà la vecchiaia a trascinarvi tra le sterpaglie”


DATI OGGETTIVI DEL FILM

Usa, 2017, durata 135′, colore, avventura / drammatico / fantasy / horror

Titolo originale: IT (IT, 2017)

Regia di: Andy Muschietti.

Interpreti: Bill Skarsgård (It),  Jaeden Lieberher (Bill Denbrough), Jeremy Ray (Ben Hanscom), Sophia Lillis (Beverly Marsh), Finn Wolfhard (Richie Toziers)


La tua paura di sempre concentrata in un unico nemico mortale…


Sono intercorsi 27 anni tra l’adattamento televisivo (1990, Tommy Lee Wallace) e quello cinematografico di IT, romanzo di formativo e universale terrore scritto da Stephen King nel 1986.
27 anni come quelli che passano a Derry, immaginaria cittadina americana, tra una disgrazia e l’altra. Ciclicamente, in questa località del Maine l’orrore umano e quello soprannaturale si risvegliano da una sorta di letargo e insanguinano le vite dei suoi abitanti. Le cause, recondite ed ancestrali, risiedono nello spazio (fisico e astratto) e nel sottosuolo della terra; negli uomini e nei mostri. Soprattutto si ridesta “IT” (dal pronome personale inglese per le cose che non hanno un’anima e che non appartengono alla categoria umana) un’entità demoniaca affamata di carne umana (preferibilmente infantile) che incarna un male contagioso, multiforme, infettivo e inarrestabile, puro e vecchio come lo stesso universo; la paura. Una paura ancestrale, intima e personale alimentata in sette amici – i Losers – della fittizia città, dalla cecità malevola di una violenza occultata dietro una fragile maschera di felicità, vera ed enigmatica protagonista del lungo racconto del Maestro dell’orrore letterario statunitense.

Il Pennywise di Skarsgård non scimmiotta quello recitato da Curry. È meno buffone e trasandato, più infido, mutaforme e tentacolare; il pagliaccio assimila i connotati del Joker Heath Ledger e la malvagità espressa dal Nightmare di Wes Craven. Con un uso controllato degli effetti speciali, la forte presenza scenica riesce nel complesso obiettivo di “astrarre” la sua creatura, di perdere forma tangibile e, con essa, diventare davvero un orrore inconcepibile, indefinibile e dunque sfuggente.

It: “Ciao, Georgie. Che bella barca. La rivuoi indietro?”

E’ arduo, quasi impossibile, sintetizzare in poche ore tutti i fatti, le tematiche e le sfumature umane del racconto corale di King, che volendo semplificare, trova la triangolazione perfetta del racconto di formazione tra il genere drammatico, l’horror e il fantastico.

La fedeltà al romanzo aumenta rispetto al suo predecessore mantenendo inalterati i passaggi chiave. A cambiare e crescere, fragorosamente, sono invece l’intensità e la cattiveria dei momenti cruciali della storia. Già nella sequenza iniziale lo spettatore percepisce la cruda e vera violenza che ne differisce dalla quella prettamente paranormale interpretata da un indimenticabile Tim Curry.

Rispettando l’essenza del romanzo Muschietti ambienta la vicenda nel 1988 invece che nel 1958 (la seconda sarà ai giorni nostri nel 2016) confezionando un horror imbevuto nella cultura anni Ottanta con ambizioni da blockbuster.

Come per i protagonisti di Goon Dock, i Goonies, diretti da Richard Donner nel 1985, o per i quattro ragazzi di Castle Rock di The body (riportato sul grande schermo da Rob Reiner nel 1986 in Stand by me – Ricordo di un’estate), quella dei Perdenti è un’avventura che porta alla formazione attraverso il confronto con l’ignoto e la scoperta di sé, non senza una punta di furbizia sulla simmetria romantica dei fratelli Matt e Ross Duffer e del loro manipolo di ragazzini di Hawkins protagonisti della serie Stranger Things.

Crescere e ridimensionare la nostra paura è, per il regista argentino, la più grande forma di maturità in piena adolescenza. La confidenza, la resilienza, la solidarietà, la capacità di sacrificarsi per gli altri e il trovarsi di fronte all’orrore facendosi forza con i rapporti personali, quando tutto sembra essere ostile e solo nell’amicizia si può trovare la forza di resistere alle avversità (reali e immaginarie) della vita.
Una battaglia per la sopravvivenza, vicina ai propri incubi infantili e lontana dall’indifferente omertà adulta.

In IT, la paura di essere un bambino, non è quella della prima esperienza sessuale o della scoperta del perturbante tra alcol, fumo e droga, ma la dimensione dell’abuso e del difficile equilibrio da stabilire che dovrebbe consentire, in una realtà dominata dalla mera violenza, di salvarsi da un’identificazione totale con il male, un male reale che spinge alla solitudine, alla nostalgia, alla depressione, al suicidio.

In un’estate di fine anni ottanta, i Perdenti snidano e sfidano questo male, il cancro della loro società, prima di farsi una promessa che li legherà per sempre e che metterà “forse” fine al terrore, alla fanciullezza e alla loro innocenza. Ma per questo dovremo attendere il secondo capitolo annunciato per il 2019.

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