Tematiche

Cinema e… biciclette

Cinema e... biciclette

~ Cinema e… biciclette ~

Cinema e... biciclette
Don Camillo – Julien Duvivier – 1952

“La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti” (Albert Einstein)


Il cinema racconta storie. Ma il cinema è fatto essenzialmente di sequenze di immagini.

Nel primo film della Storia del Cinema, La sortie de l’usine Lumière (L’uscita dalle officine Lumière, del 1895 e diretto da Louis Lumière con l’assistenza del fratello Auguste) viene testimoniata l’uscita di uomini e donne dal portone spalancato delle fabbriche a vapore di Montplaisir al termine di una giornata di lavoro. Tra questi, qualcuno è ripreso in sella ad una bicicletta; nasce così, contestualmente alla Settima arte, la funzione attoriale della due ruote, la prima bici en scene.

Fin dai suoi esordi, il cinematografo ha avuto un rapporto strano e ambiguo con la bicicletta. Considerata nel cinema oggetto che definisce, cambia ed amplifica la personalità di un personaggio, la protagonista di questo nuovo articolo tematico di Cinecapolavori si è ritrovata, spesso, in ruoli superflui o del tutto marginali.

La si ritrova sul mercato ormai di ogni tipo, per ogni generazione, esigenza e velocità. Ha assunto – e assume tutt’oggi – funzioni diverse in base alle variegate peculiarità culturali ed ambientali. Se per noi e nei paesi più sviluppati della Terra è concepita come un banale mezzo di locomozione o sofisticato strumento sportivo fino a raggiungere l’oggetto di culto, venerato come simbolo di libertà e spesso narrato nella letteratura di viaggio, nei paesi alla fine del mondo, dove l’essenziale è fonte di vita, la bici è ancora strumento di salvezza, sopravvivenza o ribellione.

Possono cambiare le epoche, i tempi, le distanze. Ma lei è lì, presente. E anche se la si appende ad un chiodo, come per il detto delle scarpe di un calciatore in pensione, arriverà il giorno in cui qualcuno la tirerà giù, per riaccendere magari una vecchia passione dimenticata, proprio come i film d’altri tempi in bianco e nero, finiti in fondo alla libreria o nel profondo dei ricordi che, spesso si rispolverano, si riavvolgono per essere rivisti e apprezzati.

Nella cinematografia europea, partendo dall’Italia del Dopoguerra, il ruolo della bicicletta è stato praticamente lo specchio della società del tempo, interprete principale o cameo, non ha perduto la sua funzione sociologica quale elemento di unione, sopravvivenza e di lotta.

A cavallo della bici ritroviamo preti, guardie, ladri, contadini, mondine, saltimbanchi e partigiani. Immancabile compagna di Fernandel e Gino Cervi nell’intero ciclo di Don Camillo (con le regie di Julien Duvivier, Carmine Gallone e Luigi Comencini, dal 1952 al 1965), la ritroviamo in titoli come: Bellezze in bicicletta (Carlo Campogallianini, del 1951), Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953), La strada (Federico Fellini, 1954), Amarcord (Federico Fellini, 1973) e L’Agnese va a morire (Giuliano Montaldo, 1976).

Tra tutte, l’opera che ha saputo diffondere la sua visione a livello internazionale, venendo simbolo del Neorealismo italiano, nonchè della bicicletta stessa nel cinema, è stato il capolavoro di Vittorio De Sica Ladri di Biciclette, del 1948. Come si può scordare il danno subito da Lamberto Maggiorani?… il furto del suo strumento di lavoro.

scancinema_36
Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola e Vittorio De Sica in Ladri di Biciclette

Seppur considerata (l’Italia) terra natia di leggende del ciclismo su strada e patria di una delle corse più famose al mondo (il Giro d’Italia giunto quest’anno al suo Centenario), in realtà come elemento sportivo, nel cinema nostrano, la bicicletta non ha avuto grande fama; solo il datato Totò al Giro d’Italia (Mario Mattoli, 1948), nemmeno uno dei migliori tra quelli girati dal principe De Curtis, annovera nel titolo e nella sua trama il seguente tema.
Di ben altra epoca e impatto sociale la famigerata e indimenticabile sequenza della “I° Coppa Cobram” in Fantozzi contro tutti (Neri Parenti e Paolo Villaggio, 1980) con lo stesso attore genovese nel vivo del suo soggetto Rag.Ugo Fantozzi.

Questo giustifica e sottolinea quanto il fenomeno bicicletta, nel nostro passato, sia legato principalmente al suo uso pratico e sociologico. A comprovare questo ruolo, il successo internazionale de Il postino di Michael Radford (1994), dove la bicicletta funge da legante tra due realtà e senza la quale il protagonista Mario (Massimo Troisi) non potrebbe altrimenti recapitare la posta al poeta Pablo Neruda (Philippe Noiret) nell’estate del ’52 in un’isola del Golfo di Napoli.

noiret
Philippe Noiret e Massimo Troisi in Il Postino

La bicicletta non perde il suo spirito di scoperta. Cambiano i tempi ma i concetti di libertà, di fuga, di vagabondaggio e di esplorazione, restano: lo racconta molto bene Gabriele Salvatores con le lunghe scorribande dei ragazzini in Io non ho paura (2003), o le pedalate nel deserto del Sahara di Marrakesh Express (1989), dove quattro trentenni nostrani partono per l’Africa alla ricerca di un amico tenuto prigioniero.


“Il problema è che abbiamo paura”

Questo l’inizio di Happy Family (sempre di Gabriele Salvatores, 2010).


“Il montaggio quasi magico ci connette [attraverso una dissolvenza] da un vecchio disco di Simon & Garfunkel alla ruota della bicicletta di Ezio, il protagonista del film, che su questa frase apre il suo monologo girando in una Milano che con i suoi palazzi, gli alberi, le automobili, i semafori, le scale mobili della metropolitana, confina e limita il suo percorso fino a riportarlo a casa, alla sua scrivania, sicura” (Istantanee di famiglia: La famiglia nel cinema degli anni Duemila a cura di Sergio Perugini)


In La città ideale (Luigi Lo Cascio, 2012) invece, la bicicletta diventa strumento di vita di un architetto ed ecologista convinto, che ha rinunciato all’automobile e alle moderne schiavitù delle comodità del progresso per vivere in un ambiente ideale. Scontro tra utopia e caso sociale, il film rispecchia in pieno la lotta controcorrente del consumo senza limiti (il protagonista genera elettricità pulita per mezzo delle due ruote).

Per la visione di scene memorabili del nostro cinema, dove la bicicletta compare da protagonista o da semplice legante per armonizzare o scindere due scene, suggerisco film come Profondo Rosso (1975), dove Dario Argento si diverte a inquadrare uno strano individuo che passa in bici tenendo in mano una bandiera dell’Italia; Nuovo Cinema Paradiso (1988) scritto e diretto da Giuseppe Tornatore con la pedalata di Alfredo con in sella il piccolo Totò; La vita è bella (Roberto Benigni, 1997) con la famiglia Orefice in sella sulla stessa bicicletta per i vicoli di Arezzo; Monella (Tinto Brass, 1998) dove ritroviamo la due ruote simbolo di copertina e la commedia drammatica Chiedimi se sono felice (diretto dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo e da Massimo Venier). Riprendendo il personaggio Don Camillo, è immancabile mezzo di trasporto di Terence Hill nella fiction Rai Don Matteo (2000 – in produzione).

Anche in Francia, dove la bicicletta ha avuto e continua ad avere grande rilievo nella vita quotidiana, sia nelle grandi città che in provincia, il cinema l’ha raccontata in cento sfumature, dal comico alla celebrazione dell’amicizia e dei primi turbamenti amorosi.

In Jour de fête (Giorno di festa con la regia dell’immenso Jacques Tatì, 1949) fusione di poesia e comicità, il postino Francois, rimane colpito da un documentario sull’efficienza e la velocità del servizio postale americano, e cercherà così, in tutti i modi, di intensificare la produttività del suo lavoro attraverso consegne in bicicletta con risultati tragicomici.

v1.bjs1MzcwNTg7ajsxNzM3NjsxMjAwOzEwMjQ7NzY4.jpg
Jour de fête (Giorno di festa regia di Jacques Tatì, 1949)

In seguito, la corrente della Nouvelle Vague attribuì al mezzo un’aurea poetica tra il fermento di cambiamento giovanile e la libertà dei sentimenti.

Ne Les mistons (L’età difficile (letteralmente tradotto in I monelli), cortometraggio di Francoise Truffaut, 1957) alcuni monellacci seguono una coppia di innamorati: ammirano la bellezza della fanciulla che gira in bici, si nascondono per guardarla più da vicino e il più piccolo della banda arriva a imprimere il suo viso sul sellino appena abbandonato da lei.

Il libertinaggio sincero di una relazione è presentato dallo stesso regista qualche anno in avanti con il cinecapolavoro Jules e Jim (1962).

Il più eccentrico omaggio alla bicicletta d’Oltralpe resta, però, Les Triplettes de Belleville (Appuntamento a Belleville di Silvayne Chomet, 2003), film d’animazione innovativo di produzione franco-belga-canadese, basato sulla pantomima, dove la bicicletta è elemento epico.

Ma il cinema è anche racconto della realtà, spaccati di vita, dove la bicicletta diventa pretesto per relazioni umane, disaffezioni e problematiche sociali.  Le Gamin au vélo (Il ragazzo con la bicicletta di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2011) è la fotografia di un’infanzia dibattuta e di una bici che serve al protagonista per affrontare un percorso di formazione e di riconquista dei valori della convivenza civile.

The Kid with the Bike 3
Le Gamin au vélo (Il ragazzo con la bicicletta di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2011)

L’America delle avanguardie e della velocità ha viaggiato, rispetto all’idea europea di cultura della bicicletta, in modo diverso.

Film come Quicksilver (Quicksilver – Soldi senza fatica di Thomas Michael Donnelly, 1986) e il documentario Pedal (Peter Sutherland, 2001) raccontano storie di messaggeri in bicicletta: una figura che nasce negli anni ’70 proprio nel mondo del cinema che chiedeva spostamenti veloci tra le aree di produzione e i laboratori a stampa delle pellicole: la due ruote protagonista della cultura fast and money, tipicamente americana.

La bici nella società americana è, apparentemente, priva di storia culturale profonda, come lo è stata per il contesto europeo, perché vista dagli stessi americani principalmente come una forma di svago o di esercizio, sinonimo di sport e velocità.

La Masi Gran Criterium rossa con il gruppo Campagolo record, del protagonista Dave nel film Breaking away (All american boys di Peter Yates, 1979) è entrata nell’immaginario collettivo di appassionati e collezzionisti.

breaking-away-1979-001-driving-with-bike-on-car-rooftop
La Masi Gran Criterium rossa del film Breaking away

Questa briosa commedia è basata sull’ottima sceneggiatura di Steve Tesich, il quale però non è stato in grado, anni dopo, a mettere la stessa verve nella scrittura del film American flyers (Il vincitore di John Badham, 1985), dove due fratelli si allenano accanitamente per partecipare alla più lunga corsa ciclistica degli States, denominata L’inferno del West. Anche se le scenografie, gli sfondi western con i ciclisti al posto dei cow-boys, hanno un sapore esotico-folcloristico, il film non resta memorabile quanto il primo.

v1.bjs3NDA1ODk7ajsxNzM3ODsxMjAwOzI4ODA7MTg4MA
American flyers (Il vincitore di John Badham, 1985)

Bicicletta a stelle e a striscie protagonista però di alcune scene cult, quelle che restano nella storia del cinema: Paul Newman e Katharine Ross in Butch Cassidy and the Sundance Kid (Butch Cassidy di George Roy Hill, 1969) sulle note scanzonata di Burt Bacharach; la fuga dell’ufficiale di volo Louis Sedgwick (James Coburn) che si allontana dal campo di prigionia tedesco in The Great Escape (La grande fuga di John Sturges, 1963); la pedalata tra le sette note musicali di Julie Andrews in The Sound of Music (Tutti insieme appassionatamente – letteralmente tradotto in Il suono della musica – celebre film musicale diretto da Robert Wise nel 1965).

goonies
The Goonies di Richard Donner, 1985

Se anche Voi, miei cari lettori, siete nati negli anni ’80, è probabile condividere e accostare, di fatto, l’immagine della bicicletta alle fantasie e sogni della nostra adolescenza a classici intramontabili come E.T. the Extra-Terrestrial (E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg, 1982) o The Goonies (I Goonies) di Richard Donner del 1985 e per le nuove generazioni alle più recenti serie statunitensi proposte da Netflix come: Stranger Things, la serie televisiva di fantascienza ideata da Matt e Ross Duffer e 13 Reasons Why (Tredici, creata da Brian Yorkey e basata sul romanzo 13 dello scrittore Jay Asher) dove il protagonista Clay Jensen pedala ascoltando dei nastri su walkman alla ricerca della verità sul suicidio della giovane coetanea Hannah Baker.

E-T-The-Extra-Terrestrial-et-the-extra-terrestrial-928616_1024_768
La celebre scena simbolo di copertina di E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg, 1982

Ma se guardiamo la bici come elemento del contemporaneo, allora le cose cambiano. I documentari del regista Ted White sul movimento ciclistico Critical Mass narrano la storia e lo sviluppo di uno dei movimenti sociali e politici più vivaci e dinamici degli anni ‘90.

Metafora classica del cinema come finestra aperta al mondo, fonte di ispirazione di molti film asiatici/orientali è la cinematografia italiana. Il neorealismo asiatico è figlio del neorealismo italiano.

Il concetto di bicicletta come lo si intendeva nel nostro passato, quel suo essere fonte di essenzialità, è lo stesso che oggi si ritrova in molte parti del mondo dagli occhi a mandorla. Come già scritto in apertura, per Europa, oggi, la bici è cultura, negli States è svago, altrove è pura necessità.

Film come Wadjda (La bicicletta verde di Haifaa Al-Mansour, 2012) o The day i became a woman (Il giorno in cui diventai donna di Marzieh Meshkini, 2000), rappresentano in concreto Paesi con rigidi tabù. Nel primo, la protagonista adolescente cerca di conciliare le voglie di libertà con le rigide regole sociali che le impediscono di comprare una bicicletta. Nel secondo invece, una giovane moglie, contro il volere della famiglia, partecipa ad una gara di ciclismo.

Sotto il versante viaggio-rinascita è il film One mile above (Jiay Du, 2011), un pellegrinaggio in bicicletta dalla provincia meridionale dello Yunnan in Cina fino alla capitale del Tibet, Lhasa.

hejni17i5yaiqisv27t1.jpg
La bicicletta verde (Wadjda) il film del 2012 scritto e diretto da Haifaa Al-Mansour

Ladri di biciclette è stato fonte di ispirazione di pellicole come Cyclo, film del 1995 diretto dal regista francese di origine vietnamita Tran Anh Hung che si ispira al contesto del romanzo di Dominique Lapierre La Cité de la joie (La città della gioia1985 – e omonimo film City of Joy di Roland Joffé, 1992), il film iraniano Sag-haye velgrad (Piccoli ladri di Marzieh Meshkini, 2004) ambientato in una Kabul devastata dalla guerra, dove i bambini disperati e affamati compiono una serie di furti di biciclette per poter essere arrestati, garantirsi un pranzo e raggiungere la madre in carcere e Shiqi sui de dabùn che (Le biciclette di Pechino di Wang Xiaoshuai, 2001) in cui un ragazzino trova lavoro presso un corriere, una sorta di Pony Express in bicicletta che tratta lo spaccato di una società assolutamente divisa tra il consumismo sfrenato metropolitano e l’attaccamento a tradizioni rurali del passato.

Per quanto possa sembrare lontano il nostro mondo dalla loro cultura ci lega, in realtà, un passato di lotte, sopravvivenze e senso di libertà.

le_biciclette_di_pechino.jpg
Le biciclette di Pechino (Shiqi sui de dabùn che) il film del 2001 diretto da Wang Xiaoshuai.

Una breve pedalata verso l’Africa ed in una cornice completamente diversa dalle precedenti, si inserisce il documentario del regista iraniano Abbas Kiarostami, ABC Africa (2001): un pugno nello stomaco per lo spettatore. Non c’è sceneggiatura, né finzione. Qui la bicicletta è vita, salvezza, istruzione. Serve per trasportare acqua e risparmiare ore di cammino, per poter andare a scuola e nella drammaticità dell’evento a trasportare un piccolo fagotto (il cadavere di in bimbo) da un ospedale al villaggio.

Le pedalate al cinema non avranno mai fine. Saranno sempre al passo con i tempi. Avranno il sapore di ricordi, avventure, storie mancate. E come nel finale di Modern Time (Tempi Moderni) di Chaplin, potremmo sempre immaginare di riprendere il nostro destino, “manubrio alla mano”, verso tempi migliori.

 

Altri film che si possonono ricordare sul tema sono:

Cyclist Special, un documentario ritannico della British Transport Film del 1955;

Muerte de un ciclista, (Death of a cyclist di Juan Antonio Bardem, del 1955;

Vive le Tour, un documentario del regista francese Louis Malle, del 1962;

Boy and Bicycle, un cortometraggio del 1965 scritto, diretto e prodotto da Ridley Scott con l’aiuto di suo fratello Tony Scott, che interpreta se stesso;

A Sundey in Hell, (Una domenica all’inferno, del 1977) Con un approccio empatico e allo stesso tempo mitologico, Jørgen Leth ha filmato la celebre Parigi-Roubaix – edizione 1976;

BMX Bandits, (La banda della BMX) un film australiano del 1983 di Brian Trenchard-Smith in cui recita una sedicenne Nicole Kidman;

Peewee’s Big Adventure, film commedia statunitense del 1985, prima opera diretta da Tim Burton;

The Flying Scotsman, film drammatico britannico del 2006 basato sulla vita e carriera del ciclista  on the life and career of Scottish amateur cyclist Graeme Obree;

Line of sight, un documentario seguendo e filmando su e giù per l’America, l’Europa, l’Asia, le gare ciclistiche clandestine – le alleycat. Film del 2012 diretto da Lucas Brunelle, profeta dei ciclisti urbani e dei fanatici della bici a scatto fisso.

Premium Rush, (Senza freni) un film del 2012 diretto da David Koepp;

Alceste à bicyclette, (Molière in bicicletta) una commedia del 2013 diretta da Philippe Le Guay;

The Armstrong Lie, un film di Alex Gibney del 2013 sulla parabola della vita di Lance Armstrong.

The Program, film biografico del 2015 diretto da Stephen Frears, sulla vita del ciclista Lance Armstrong;

Turbo Kid, un film canadese dei registi Anouk Whissell, François Simard, Yoann-Karl Whissell. BMX, mangianastri, splatter e tonnellate di citazioni per un film che omaggia gli anni ’80 in ogni sua inquadratura.

 

Il pezzo trae spunto da un articolo del novembre 2013 tratto da “Ciclo di Film”, sulla rivista BC della Bicicletta, nata dalla FIAB e impegnata a diffondere la cultura della piccola due ruote e le pratiche di mobilità sostenibile.

Un pensiero su “Cinema e… biciclette

  1. Ci sono tutti quelli che mi sono venuti in mente… Adoro Ladri di biciclette e trovo indimenticabile la sequenza ciclistica di Butch Cassidy

Lascia un commento