Cinema e… donne

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~ Cinema e… donne ~

Cinema e... donne
Io la conoscevo bene – Antonio Pietrangeli – 1965

A seguito della Giornata Internazionale della Donna, meglio conosciuta come Festa della Donna, con ricorrenza 8 marzo, cinecapolavori omaggia la figura femminile con una selezione di opere che ripercorrono l’evoluzione della donna nel cinema. Realtà rappresentate dal grande schermo attraverso il lavoro, la guerra, l’amore e il coraggio; situazioni e virtù che hanno rafforzato, nel tempo, il ruolo della donna (e di conseguenza la sua importanza) nella società, quale figura, oggi come allora, di un sesso che poi tanto debole… non lo è mai stato.

La presenza delle donna è un elemento indispensabile nello spettacolo e nella cultura di una comunità.

Sin dalle origini della settima arte le donne, nelle vesti di registe e sceneggiatrici, hanno rappresentato l’universo femminile in maniera originale e nettamente differente rispetto alla società del loro tempo.

Un esempio per tutte fu Alice Guy, pioniera del cinema che nel lontano 1906 con Les Résultats du féminisme, ambientato in un ipotetico futuro, incentrò il ragionamento sulla questione della parità dei sessi, se non addirittura sul ribaltamento dei ruoli, in cui gli uomini svolgono le faccende di casa, mentre le donne vanno a lavorare, a bere al bar e a corteggiare.

Come nella sua natura, il cinema ha da sempre ricreato immagini che sono solo in parte connesse alla realtà. Molto spesso, attraverso la descrizione di donne indipendenti, i film riportarono al pubblico messaggi di uguaglianza e liberazione sessuale, economica e morale della donna occidentale, ancora molto lontani dalla verità.

L’emancipazione della donna, la negazione di certi archetipi e l’apparizione di nuovi modelli femminili proposti dal costume e amplificati sullo schermo, sono arrivati nelle sale attraverso il fiorire di un fenomeno del tutto legato alla femminilità; il divismo. Nel Ventesimo secolo il cinema divenne il principale medium di diffusione nelle società di massa occidentali con l’immagine di un’Eva futura, nata dalla cultura artistica del secolo precedente, e in particolare dai movimenti pittorici, letterari, poetici, e del teatro.

Grandi personalità come la coppia Lillian Gish e Mae Marsh (La nascita di una nazione, del 1915 e Intolerance, del 1916) e Mary Pickford (Pollyanna, del 1920), ipnotizzarono in maniera insolita gli spettatori con l’espressione della donna-fanciullaTheda Bara (La vampira, del 1915), Louise Brooks (Il vaso di Pandora, del 1929), e Marlene Dietrich (L’angelo azzurro, del 1930) esibirono la donna fatale o vampGreta Garbo (Anna Karenina, del 1935) la donna divina; innocente, misteriosa e fatale allo stesso modo.

In seguito, diedero prova della loro bravura attrici assolute come Katherine Hepburn (Scandalo a Filadelpia, del 1940), Bette Davis (Eva contro Eva, del 1940), le dark lady Barbara Stanwyck (La fiamma del peccato, del 1944) e Lana Turner (Il postino suona sempre due volte, del 1946) e la regale Grace Kelly (La finestra sul cortile, del 1954).

Se alla fine degli anni 40′ la donna non era un personaggio di grossa rilevanza drammaturgica, oppure, come nel caso del noir, assumeva spesso il ruolo della dark lady avvolta nel fumo dell’ennesima sigaretta, il dopoguerra ci descrive una chiara evoluzione del suo ruolo. La rappresentazione del personaggio femminile al cinema subisce una vera e propria scossa negli anni 50′. Le figure femminili si fanno portatrici di una femminilità nuova, protagonista, oltre che sfumata, multiforme e a volte contraddittoria. Senza dubbio, però, la donna acquista un’importanza imprescindibile mettendosi finalmente al pari dell’uomo e in alcuni casi scavalcandolo come avviene nel western atipico Johnny Guitar (1954) di Nicholas Ray, dove Joan Crawford rappresenta per la prima volta la donna nella sua totalità; una figura forte, sicura, protettrice dell’uomo e generatrice del suo cambiamento caratteriale.

Per tutto il corso degli anni 50′ e 60′ Marilyn Monroe (Gli uomini preferiscono le bionde, del 1953) e Brigitte Bardot (Il disprezzo, del 1963) subentrano come icone della sessualità femminile. E se tradizionalmente la donna ha funzionato come oggetto erotico dei personaggi nella storia proiettata e come oggetto erotico per lo stesso spettatore, solo nel corso degli anni 60′, apparvero i primi significativi cambiamenti di ruolo. Ne L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni e in Pierrot le fou (Il bandito delle 11, del 1965) di Jean-Luc Godard, le donne (Monica Vitti e Marianne Renoir) iniziano ad assumere posizioni importanti tanto quanto quelle dell’uomo.

L’alter ego femminile della donna pulita e teneramente onesta del cinema narrativo classico è il mestiere più antico del mondo. Così, anche la figura della prostituta ha avuto un posto di rilievo nel cinema, ritraendo donne protagoniste che sono entrate nella storia di questa forma d’arte. Tra le molte interpretazioni si distinguono:

Giulietta Masina (Le notti di Cabiria, del 1957), Silvana Mangano (La grande guerra, del 1959), Audrey Hepburn (Colazione da Tiffany, del 1961), Anna Magnani (Mamma Roma, del 1962), Shirley MacLaine (Irma la dolce, del 1963), Sophia Loren (Matrimonio all’italiana, del 1964), Stefania Sandrelli (Io la conoscevo bene, del 1965), Catherine Deneuve (Bella di giorno, del 1967), Claudia Cardinale (C’era una volta il west, del 1968), Jane Fonda (Una squillo per l’ispettore Klute, del 1971), Julie Christie (I compari, del 1971) e, nella più recente filmografia, Julia Roberts (Pretty Woman, del 1990) e Jennifer Connelly (Requiem for a dream, del 2000).

Se a inizio del 2000 si presenta nella figura femminile una forte istanza punitiva nei confronti del proprio sesso, spesso ai confini con la follia come per la protagonista de La Pianista di Michael Haneke (2001), nelle eroine di Lars Von Trier di Dancer in the dark (2000) e Dogville (2003), nelle fragili vite delle giovani interpreti delle opere dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne (Rosetta, del 1999 e L’Enfant – Una storia d’amore, del 2005), nel drammatico 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu (2007), o nelle infinite sfumature del personaggio femminile presentate nel corso della carriera del regista spagnolo Pedro Almodóvar come in Tutto su mia madre (1999), Parla con lei (2002) e Volver (2006), con il proseguire degli anni assistiamo sempre di più a una riappropriazione da parte di un contingente femminile non più relegato nella sola raffigurazione meccanica di un ruolo autopunitivo, represso e contrapposto a un mondo maschile antagonista o carceriere, ma solidale, propositivo e non di rado investito della missione di guida verso una società più umana.

Nel 2014, il giornalista Brooks Barnes del New York Times ha pubblicato due articoli che spiegano come negli ultimi tempi siano cambiati il ruolo e la percezione della donna all’interno dell’industria cinematografica, specialmente in quella americana delle “grosse” produzioni. Esempi di successi come Gravity, Frozen e la saga degli Hunger Games, che fra di loro hanno in comune il fatto di raccontare le vicende di un personaggio femminile poco comune e comunque non stereotipato, hanno generato incassi senza precedenti.

Il cambiamento è in corso, secondo i produttori, perché le spettatrici donne – una volta che finalmente gliene è stata data la possibilità – hanno provato alle case cinematografiche che possono fargli guadagnare un sacco di soldi. Le donne hanno finalmente dimostrato a Hollywood che possono rendere notevole non solo un singolo film (e un occasionale sequel), ma un’intera serie cinematografica di importanza globale. (Brooks Barnes).

Un mondo senza donne è come un film senza protagonista… non avrebbe senso.
Auguri infiniti a tutte Voi.

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