Il delitto, è inutile negarlo, esercita da sempre una sinistra fascinazione sull’essere umano.

Barbara Biscotti

La storiografia classica ama gli aneddoti significativi, in particolare quando assumono il valore di presagi: la storia appare così dipanarsi lungo un filo sottile ma saldo e assumere un senso più profondo, legato al destino. I “segni”, inoltre, sembrano disporsi sul cammino dei grandi uomini come latori di significato, richiamandoli alla necessità di consapevolezza della loro natura umana, non sfuggente al fato

Grandi delitti nella storia | 1 – Giulio Cesare

“Tu quoque, Brute, fili mi!”. Queste le ultime parole romanzate del protagonista del «tirannicidio» imperfetto, in sintesi l’omicidio forse più celebre del lontano passato, quello nei confronti dell’uomo più potente di Roma antica, Gaio Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 avanti Cristo (le Idi di marzo). Una morte che ha plasmato la sua figura controversa identificando in questo dramma nei secoli avvenire il prototipo del delitto politico. “Il delitto, é inutile negarlo, esercita da sempre una sinistra fascinazione sull’essere umano”. Con questi versi Barbara Biscotti, curatrice dell’intera collana edita dal Corriere della Sera (iniziativa pubblicata in eleganti libricini curati sia nella forma che nella grafica) nonché autrice di questo primo volume, introduce il lettore ai Grandi delitti nella storia. Cesare conserva un prestigio postumo inesausto. Nello specifico, sul pater patria protagonista della prima uscita scrive: “Si tratta del caso esemplare in cui un delitto non solo ha segnato in modo indelebile una svolta fondamentale nella storia antica ma ha generato poi concetti imprescindibili della storia politica successiva”. Da lui ha tratto origine il concetto di «cesarismo» e dal suo assassinio quello di «cesaricidio» che ha assunto nel tempo il significato ideologico di estremo tentativo di difendere i valori delle libertà civili o, al contrario, quello di conservare ad ogni costo i valori della tradizione messi in pericolo da un potere giudicato come dispotico. “Il mondo si è diviso tra i sostenitori della sua causa, che lo hanno visto come illuminato dittatore schierato dalla parte del popolo, e quanti invece hanno celebrato l’azione dei suoi uccisori come atto coraggioso ed estremo di rivendicazione della libertà repubblicana”. In medio stat virtus l’invito alla medietà in questa celebre locuzione latina è il filo conduttore del volume che cerca di far luce sul passato per raggiungere una verità tra la complessa rete di ipotesi e testimonianze. Tra le cause che possono aver provocato il fatto, a tale proposito si può ricordare che uno dei motivi addotti per giustificare l’assassinio di Giulio Cesare fu la sua presunta intenzione di rendersi re e di indossare la corona, un diadema offerto dallo stesso Marco Antonio, il libro ripercorre le ultime ore di Cesare attraverso le molteplici rappresentazioni storiche del tempo partendo proprio da questo antefatto. Dai versi di Vite Parallele di Plutarco si evince ogni particolare della messa in atto del delitto così come per la successiva orazione funebre di Marco Antonio. Ci si immedesima realmente nella Urbis del tempo tra i testimoni degli eventi. Anche Svetonio ne Le vite dei Cesari riesce a dipingere un quadro molto esaustivo e commovente dell’assassinio mentre l’autore richiama in più di un’occasione anche la contrapposta verità di Cicerone. “Tra lotte di potere interne e una élite aristocratica in cui nessuno è innocente la vera vittima è sempre il popolo e un’ideale di libertà perduto e irraggiungibile”. La morte di Cesare, per esempio, non riuscì a riportare in auge il potete repubblicano, e pose invece le basi per la nascita dell’impero. Nel finale, non poteva mancare il riferimento a Dante Alighieri sui traditori del benefattore Cesare. La visione violenta del poeta che pone nella Commedia Bruto e Cassio nella parte più profonda dell’Inferno, la Giudecca, tra le fauci dello stesso Lucifero, assieme a Giuda Iscariota. Essi sono infatti considerati traditori dell’impero come Giuda lo è stato per la Chiesa. 

Asinio Pollione a Cicerone in Lettere ai familiari

Pertanto, se si tratta di rimettere tutto il potere nelle mani di uno solo, chiunque egli sia, io mi dichiaro suo nemico

Film sul tema consigliato: Quo vadis (Quo vadis), diretto da Mervyn LeRoy nel 1951.


Grandi delitti nella storia | 2 – Francesco Ferdinando d’Asburgo

L’attentato di Sarajevo nei confronti dell’erede al trono d’Asburgo prese atto durante una visita ufficiale nella città bosniaca il 28 giugno 1914 il primo giorno di solenni celebrazioni in onore di San Vito e festa nazionale, che si celebrava da quando il Kosovo, teatro della grande battaglia e ritenuto culla storica della nazione serba, era stato liberato e quindi purificato dai non serbi che lo popolavano (non completamente, come si sarebbe visto ancora con gli eccidi degli anni Novanta). Per molti esaltati attivisti panserbi, non si trattava solo di un affronto la visita dell’arciduca: era una vera profanazione, l’ennesima dimostrazione della necessità di colpire a morte gli Asburgo.

Divenuto principe ereditario (quasi per caso), tra ungheresi, nazionalisti slavi, liberali, progressisti, borghesia ebraica, erano davvero in pochi nella Duplice Monarchia a non ritenere che affidare il potere a Francesco Ferdinando fosse un errore.

Per il governo di Vienna (e per lo stesso Francesco Ferdinando), a rappresentare lo zoccolo duro dell’opposizione antiaustriaca erano rimasti i militanti più radicati del nazionalismo slavo che sognano di fare della Serbia il Piemonte dei Balcani.

La visita a Sarajevo è una missione forse suicida visto che il principe non é certo un ingenuo e sa benissimo che il dinamismo serbo ha trasformato tutti i Balcani in una polveriera. Non é difficile immaginare quindi che il suo viaggio ufficiale lo possa trasformare in un bersaglio ideale per molti attentatori, in un momento in cui il regicidio é un’attività particolarmente in voga in Europa.

Nelle fotografie che rimangono di quel giorno, i due monarchi sono stati immortalati sereni mentre si intrattengono cordialmente con cittadini e ufficiali. Senza alcun protocollo da seguire l’erede al trono e la moglie Sophie Chotek salgono a bordo di una Gräf & Stift, la lussuosa coupé a sei posti messa a disposizione dal tenente colonnello von Harrach, seduto vicino all’autista.

Mentre il corteo di automobili su cui viaggiava l’arciduca imboccò l’ultimo tratto del lungofiume Miljacka, in mezzo a due ali di folla, sono ben sette gli attentatori che lo attendono, divisi in gruppi di fuoco armati di pistole, bombe e cianuro alla tasca poiché il suicidio sarebbe stato l’ultimo gesto dei congiurati, in modo da proteggere tutti i complici e le organizzazioni coinvolte. Ognuno dei sette ragazzi si credeva un eroe ma erano poco più che giovani allo sbaraglio. Verso le 10.10 il corteo di automobili imperiali passò davanti al primo attentatore Mehmedbašić, l’unico con un minimo di esperienza di combattimento ma questi, bloccato dal panico, nemmeno provò a fare qualcosa. Pochi istanti dopo fu Nedeljko Čabrinović a lanciare una bomba, che però mancò la vettura dell’arciduca ferendo gli occupanti di quella successiva. Lanciato l’ordigno, Čabrinović ingoiò subito la sua capsula di cianuro e si gettò dal parapetto del ponte nel Miljacka, ma la dose di veleno era troppo bassa e deteriorata mentre il fiume era in un periodo di secca. Čabrinović atterrò così in un banco di sabbia sopravvivendo comicamente a entrambi i tentativi di suicidio e fu arrestato. Incredibilmente la cerimonia non fu annullata e l’imperatore con sangue freddo e un autocrollo straordinario (vista la mancanza di protocolli di sicurezza) fermò il veicolo per informarsi sulle condizione dei feriti. Una dimostrazione di coraggio che oggi assomiglia molto a vera incoscienza. Ciò che avvenne «non restituisce solo la distanza culturale che separa il 28 giugno 1914 dal secolo che sarebbe seguito, ma anche la rigidità di un’etica pubblica che imponeva a Francesco Ferdinando, in quanto uomo, militare e leader politico, autocontrollo, esibizione di coraggio e sprezzo del pericolo». Raggiunto il Municipio per una via parallela l’arciduca interrompe il benvenuto del sindaco con una delle sue proverbiali crisi isteriche: “vengo qui come vostro ospite e la vostra gente mi saluta con delle bombe!”. Ultimati gli incontri diplomatici previsti è proprio l’erede al trono ad insistere per non inscenare una fuga precipitosa verso la propria residenza dove lo attende un pranzo ufficiale, per poi ritornare rapidamente a Ilidza. Si decide quindi di modificare l’itinerario che prevedeva l’inaugurazione del Museo Nazionale per proseguire con la visita all’ospedale militare lungo l’Appeal Quai, un tragitto molto più sicuro, tanto che la moglie Sophie decise di sua iniziativa di unirsi al marito. Il corteo, nella concitazione del momento, svolta però per errore in Franz Joseph Strasse e la Gräf & Stift rallentò fino a quasi a fermarsi proprio davanti all’ingresso di Moritz Schiller, una delle più celebri gastronomie della città oggi sede di un museo storico della città di Sarajevo, dove era appostato il sesto attentatore Gavrilo Princip che non esitò nel sparare due volte. Il primo colpo raggiunse Francesco Ferdinando al collo, squarciando la giugulare, il secondo, passato dalla portiera del veicolo, colpi Sophie Chotek all’addome, recidendo l’arteria dello stomaco. Il settimo ed ultimo “cattivo ragazzo” Trifko Grabeznon non ebbe così modo di agire visto che era appostato in un punto successivo come estrema riserva in caso di fallimento. Ancora oggi non è del tutto chiaro se il gruppo terroristico assunse questa decisione in maniera autonoma o fu in qualche modo manipolato ed istruito da settori iper nazionalisti del Regno di Serbia. Princip uccise l’arciduca ma non agì da solo e nonostante dichiarò sempre a processo che fu un’idea sua, fu comunque a capo di un gruppo di dilettanti motivati da idee estremiste.

Il libro pone come principale responsabile della clamorosa sottovalutazione del reale pericolo incombente sulla visita dell’arciduca il generale, nonché governatore di Bosnia ed Erzegovina, Oscar Potiorek (che secondo la testimonianza di Princip era il vero bersaglio del suo secondo colpo). Viene svolta una lettura minuziosa delle fasi che seguirono questo evento mediatico di massa che fu non solo il primo assassinio politico seguito in tempo reale dall’opinione pubblica internazionale, ma anche la prima inchiesta giudiziaria a essere oggetto di un costante interesse della cronaca. Il tragico evento è stato un oltraggio che non poteva essere tollerato nel tempo. Questo fu l’innesco di una sequenza di decisioni che porterà presto allo scoppio della Prima guerra mondiale.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri

Furono molti in Austria coloro che quel giorno […] trassero in segreto un sospiro di sollievo. Mai si era vista un’estate più bella: noi tutti guardavamo il mondo senza la minima preoccupazione

Film sul tema consigliato: L’attentato – Sarajevo 1914 (Sarajevo), diretto da Andreas Prochaska nel 2014.


Grandi delitti nella storia | 5 – Cicerone

Il volume dedicato a Cicerone secondo la cronologia storica segue il primo sul delitto di Giulio Cesare. Il nuovo malcapitato protagonista della serie curata da Barbara Biscotti presenta una fine ai più celata. Dopo la morte di Caesar, grazie alla divulgazione del suo testamento, compare sulla scena politica di Roma Ottaviano. In lui l’oratore Cicerone ripone grandi speranze di restaurazione degli ideali repubblicani. In un primo tempo il giovane Cesare (Ottaviano) mostra una buona propensione all’alleanza con lui, a causa della comune intenzione di opporsi al nemico Marco Antonio, oltre che per l’intuizione di potersi appoggiare all’ambizione e alla saggezza di Cicerone per perseguire i propri scopi. Poi, però, la scaltrezza politica prevale. L’alleanza di Ottaviano con Antonio e la costituzione del secondo triumvirato con Marco Emilio Lepido suggellano la condanna a morte del celebre oratore romano e dei suoi sogni di patria.

Attraverso l’arte della diplomazia, nelle parole che l’oratore rivolge al Senato lungo quattordici Filippiche composte tra il 44 a.C. e il 43 a.C. nell’intento di contrastare il tentativo di Antonio di imporsi come erede di Cesare, Cicerone appoggia il giovane erede designato Ottaviano. Ad ogni invettiva dell’avversario Cicerone fa corrispondere un elogio della sua vita e del suo passato ma queste furono le sue ultime orazioni. L’accordo dei triumviri non rappresentava semplicemente una sconfitta per lui, ma anche una minaccia diretta. Il lettore viene dunque a conoscenza delle sue ultime ore di vita. La fuga rocambolesca tra i suoi possedimenti nell’Italia meridionale con il fratello Quinto e del figlio di questi. Ormai completamente inerte, divorato dai dubbi e dai tumori e perseguitato da funesti presagi sembra rassegnato ad affrontare il proprio destino una volta rimasto solo visto che il fratello, partito senza portarsi dietro nulla, decise di tornare indietro per procurarsi delle provviste. Quella scelta gli fu fatale: tradito dai suoi servi, fu ucciso pochi giorni dopo insieme al figlio. Cicerone proseguì e si fece trasportare in fretta e furia verso il porto di Gaeta. I soldati trovarono la sua villa vuota, ma un liberto di nome Filologo gli indicò il percorso seguito dalla lettiga su cui viaggiava. Secondo Plutarco fu proprio questo schiavo educato dallo stesso Cicerone, a violare – come per il fratello in precedenza – la fiducia del proprio mentore. Era il 7 dicembre del 43 a.C. Lo -stesso filosofo descrisse così la scena: «In quel momento arrivarono il centurione Erennio e il tribuno dei soldati Popilio il quale, accusato una volta di parricidio, era stato difeso dallo stesso Cicerone […] Cicerone, accortosi che Erennio si avvicinava di corsa, ordinò ai suoi servi di fermarsi e deporre la lettiga. Toccandosi il mento con la mano sinistra, com’era solito fare, fissò in volto i suoi carnefici, sporco di polvere, i capelli arruffati e il viso contratto dall’angoscia; cosicché in molti si coprirono gli occhi per non vedere Erennio che lo sgozzava. Cicerone sporse il collo fuori dalla lettiga, e in quella posizione morì, a quasi 64 anni. Per ordine di Antonio gli furono tagliate la testa e le mani con cui aveva scritto le Filippiche». Testa e mani che in seguito furono esposte, per disposizione di Antonio, come macabri trofei sui Rostri, quelle stesse tribune dove pochi mesi prima Cicerone era stato acclamato dalla folla, perché tutti i romani potessero vederle. Seppur sfinito, Cicerone – scrivono gli autori – “nell’ultimo istante della propria vita aveva riscattato le innate debolezze offrendo il capo agli ideali, mai abbandonati, della concordia repubblicana”. Questa la visione quasi teatrale di Plutarco certo meno truculenta e più misurata rispetto alla brutale esecuzione secondo Appiano e Dione Cassio. Acta est fabula: il dramma si è compiuto. Un omicidio che ha le caratteristiche di un delitto di Stato.

Ampio spazio viene dato nel libro al suo colpevole, anche se sarebbe più corretto definirlo come mandante, poiché l’esecutore materiale dell’omicidio fu Lenate, nel ruolo di sicario dello stesso Antonio. Si ripercorre così, nel capitolo a lui dedicato come secondo protagonista, l’ascesa al potere, il suo ruolo politico e la fine romantica tra forza e bellezza con il suo amore proibito, la regina d’Egitto Cleopatra. 

Risulta interessante lo spunto offerto dagli autori sui cinque capisaldi dell’orazione perfetta, descritti da Cicerone e che sono ancora il mantra di chi si accosta all’arte del parlare in pubblico. Questi sono: l’invento (individuare le argomentazioni), il dispositivo (disporre gli argomenti nel giusto ordine), l’eloquio (arricchire il discorso per aumentare l’efficacia), la memoria (imparare il testo a memoria) e l’astio (curare la gestualità). Romantico, infine, l’epilogo di questa intensa storia con il racconto di Ottaviano che scopre un nipote che con imbarazzo nasconde dietro a se un libro di Cicerone e con lo stesso Augusto che sfogliando poi il libro in piedi difronte al confuso nipote confessa: “Era un saggio, ragazzo mio, un saggio; e amava la patria”.

Marco Tullio Cicerone, Filippiche

La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi

Film sul tema consigliato: Giulio Cesare, il conquistatore delle Gallie, diretto da Amerigo Anton nel 1963.


Aggiornamento 18/10/2020


Continua il viaggio nella Storia…

Nel breve la recensione di:

Grandi delitti nella storia | 3 – Jack lo Squartatore

Grandi delitti nella storia | 4 – Martin Luther King

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